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La durata dei certificati SSL nel 2026 è cambiata. Dal 15 marzo 2026 un certificato TLS pubblicamente trusted non può avere una validità superiore a 200 giorni, contro i 398 giorni consentiti in precedenza.

Ma questo è soltanto il primo passaggio.

Dal 15 marzo 2027 la durata massima scenderà a 100 giorni e dal 15 marzo 2029 arriverà ad appena 47 giorni.

Il cambiamento interessa Certificate Authority, provider hosting, sysadmin, sviluppatori e aziende che gestiscono grandi quantità di domini.

Per l’utente finale, però, la conseguenza più importante è un’altra: il rinnovo manuale dei certificati TLS sta diventando progressivamente meno sostenibile.

Automazione, ACME e sistemi come AutoSSL diventano quindi componenti sempre più importanti dell’infrastruttura web.

Durata certificati SSL 2026: cosa cambia dal 15 marzo

Le nuove regole sono contenute nei Baseline Requirements del CA/Browser Forum, l’organizzazione che definisce i principali requisiti applicabili ai certificati TLS pubblicamente riconosciuti dai browser.

La riduzione avviene in tre fasi:

Periodo di emissioneDurata massima certificato
Prima del 15 marzo 2026398 giorni
Dal 15 marzo 2026200 giorni
Dal 15 marzo 2027100 giorni
Dal 15 marzo 202947 giorni

Il limite riguarda i nuovi certificati emessi a partire dalle rispettive date.

Un certificato già emesso prima dell’entrata in vigore della nuova soglia non viene improvvisamente accorciato: continuerà a essere valido fino alla propria data di scadenza.

200 giorni è un limite massimo, non la nuova durata standard

Questo punto è fondamentale.

Dire che nel 2026 i certificati possono durare al massimo 200 giorni non significa che tutti i certificati dureranno 200 giorni.

Una Certificate Authority può scegliere una validità inferiore.

Let’s Encrypt, per esempio, utilizza storicamente certificati con una durata standard di 90 giorni.

Nel 2026 questi certificati sono quindi già ampiamente al di sotto del nuovo limite massimo previsto dal CA/Browser Forum.

La vera differenza si nota soprattutto per le CA e per i workflow che in passato utilizzavano certificati prossimi a un anno di validità.

Perché i certificati SSL stanno diventando più brevi?

La riduzione della durata fa parte di una tendenza iniziata da diversi anni.

In passato era possibile utilizzare certificati con validità di più anni.

Successivamente il limite è stato progressivamente ridotto fino a circa 13 mesi e ora il settore sta procedendo verso certificati ancora più brevi.

Uno dei principali vantaggi è la riduzione della finestra temporale durante la quale un certificato compromesso, configurato in modo errato o associato a informazioni non più valide può continuare a essere utilizzato.

Certificati più brevi permettono inoltre di aggiornare più rapidamente l’ecosistema crittografico.

Quando cambiano algoritmi, requisiti o informazioni di validazione, una durata inferiore permette di sostituire più velocemente le vecchie emissioni.

Dal 2027 il limite scenderà a 100 giorni

Il passaggio del 2026 rappresenta soltanto una fase intermedia.

Dal 15 marzo 2027 i certificati TLS pubblicamente trusted non potranno superare i 100 giorni.

A quel punto anche organizzazioni abituate a certificati semestrali dovranno aumentare notevolmente la frequenza dei rinnovi.

Un certificato rinnovato manualmente una volta all’anno diventa quindi un modello operativo sempre meno realistico.

Dal 2029 il limite sarà di soli 47 giorni

Il cambiamento più rilevante arriverà il 15 marzo 2029.

Da quella data il massimo previsto dai Baseline Requirements sarà:

47 giorni.

Questo significa che un certificato potrebbe dover essere sostituito più di sette volte in un anno.

A quel punto l’automazione non sarà più soltanto una comodità.

Diventerà praticamente una necessità operativa per qualsiasi infrastruttura che gestisce un numero significativo di domini.

La validazione del dominio diventa più frequente

Non cambia soltanto la durata del certificato.

Anche il periodo durante il quale una precedente Domain Control Validation può essere riutilizzata viene progressivamente ridotto.

DalRiutilizzo massimo della validazione dominio/IP
15 marzo 2026200 giorni
15 marzo 2027100 giorni
15 marzo 202910 giorni

È interessante notare che dal 2029 i due valori non saranno uguali:

  • certificato → massimo 47 giorni;
  • riutilizzo della validazione → massimo 10 giorni.

Questo significa che la dimostrazione del controllo del dominio dovrà essere effettuata con maggiore frequenza.

Cos’è la Domain Control Validation

La Domain Control Validation, spesso abbreviata in DCV, è il processo attraverso il quale la Certificate Authority verifica che chi richiede il certificato controlli realmente il dominio.

La verifica può avvenire attraverso differenti metodi, per esempio:

  • HTTP;
  • DNS;
  • meccanismi ACME;
  • altri metodi ammessi dai requisiti della CA.

Se la validazione fallisce, il certificato non può essere emesso o rinnovato.

Su Xlogic abbiamo una guida specifica dedicata all’errore AutoSSL DCV failed in cPanel.

Perché ACME diventa sempre più importante

ACME, Automatic Certificate Management Environment, è il protocollo utilizzato per automatizzare emissione e rinnovo dei certificati.

Il concetto è semplice.

Invece di:

generare manualmente una CSR
↓
richiedere il certificato
↓
attendere la validazione
↓
scaricare il certificato
↓
installarlo
↓
ripetere tutto alla scadenza

un client ACME può gestire automaticamente il ciclo:

richiesta
↓
validazione
↓
emissione
↓
installazione
↓
rinnovo

Quando i certificati duravano molti mesi, un processo manuale poteva ancora essere gestibile per pochi domini.

Con certificati da 100 o 47 giorni questo approccio diventa molto più fragile.

AutoSSL e cPanel

Negli ambienti cPanel la gestione può essere automatizzata attraverso AutoSSL.

AutoSSL controlla periodicamente i certificati presenti sugli account e tenta di sostituirli prima della scadenza.

La documentazione ufficiale cPanel descrive AutoSSL come il sistema che installa automaticamente certificati Domain Validated e ne gestisce il rinnovo.

Su cPanel moderno il provider AutoSSL utilizzato nelle versioni recenti è Let’s Encrypt.

Questo significa che l’utente non deve normalmente ricordarsi manualmente la data di scadenza di ogni singolo certificato.

Per controllare lo stato è possibile utilizzare:

cPanel → Security → SSL/TLS Status

La documentazione ufficiale è disponibile nella Guide to SSL di cPanel.

Cosa cambia per chi usa AutoSSL?

Per un sito ospitato su un’infrastruttura nella quale il rinnovo è già completamente automatizzato, il passaggio a certificati più brevi dovrebbe essere molto meno traumatico rispetto a un sistema manuale.

L’automazione continuerà a:

  • monitorare i certificati;
  • eseguire la validazione;
  • richiedere una nuova emissione;
  • installare il nuovo certificato;
  • sostituire quello precedente.

Il proprietario del sito deve però assicurarsi che la validazione possa continuare a funzionare.

Un certificato automatico non può essere rinnovato se DNS, CAA o configurazioni esterne impediscono alla CA di verificare il dominio.

Certificati più brevi significano più rinnovi

Riducendo la durata aumenta naturalmente il numero delle emissioni.

Con un certificato da circa un anno poteva essere sufficiente un rinnovo annuale.

Con 100 giorni possono essere necessarie diverse emissioni ogni anno.

Con 47 giorni il numero cresce ulteriormente.

Questo rende molto più importante verificare che il processo di rinnovo sia realmente autonomo.

Un sistema che funziona soltanto quando un tecnico esegue manualmente un comando non può essere considerato completamente automatizzato.

Let’s Encrypt e la transizione verso certificati da 45 giorni

Let’s Encrypt ha già annunciato un proprio percorso di riduzione della durata.

La CA prevede di portare progressivamente i certificati standard dagli attuali 90 giorni a 45 giorni.

Il piano annunciato prevede:

  • 45 giorni già disponibili attraverso profili ACME specifici per early adopter;
  • 64 giorni per il profilo standard dal febbraio 2027;
  • 45 giorni per il profilo standard dal febbraio 2028.

In questo modo Let’s Encrypt arriverà al nuovo modello prima dell’obbligo generale dei 47 giorni previsto per marzo 2029.

Il piano completo è disponibile nell’articolo ufficiale Decreasing Certificate Lifetimes to 45 Days.

Perché Let’s Encrypt passa a 45 giorni se il limite sarà 47?

Il limite del CA/Browser Forum rappresenta il massimo consentito.

Una CA può scegliere una durata inferiore.

Utilizzare 45 giorni invece di 47 lascia inoltre un piccolo margine operativo rispetto al limite massimo previsto dagli standard.

Lo stesso principio vale già oggi: i requisiti consentono fino a 200 giorni, ma Let’s Encrypt continua normalmente a utilizzare certificati molto più brevi.

ACME Renewal Information: rinnovi più intelligenti

Aumentando la frequenza dei rinnovi diventa importante evitare che milioni di client provino a rinnovare contemporaneamente.

Per questo l’ecosistema ACME sta adottando anche ACME Renewal Information, spesso abbreviato in ARI.

ARI permette alla Certificate Authority di suggerire al client una finestra temporale appropriata nella quale effettuare il rinnovo.

Il client può quindi distribuire meglio le richieste nel tempo.

Let’s Encrypt sta utilizzando ARI anche per rendere più affidabile la gestione di infrastrutture che amministrano quantità molto elevate di certificati.

Cosa succede se il rinnovo automatico fallisce?

Certificati più brevi riducono anche il tempo disponibile per accorgersi di un problema.

Le cause tipiche di un rinnovo fallito possono comprendere:

  • DNS errati;
  • record A verso un altro server;
  • record AAAA non corretto;
  • CAA che non autorizza la CA;
  • Cloudflare o proxy configurato in modo errato;
  • redirect incompatibili con la validazione;
  • firewall;
  • dominio non più presente nel virtual host;
  • DNSSEC non valido.

Xlogic ha pubblicato una procedura dedicata ad AutoSSL che non si rinnova: DNS, CAA e Cloudflare.

CAA e rinnovo dei certificati

Il record DNS CAA permette al proprietario del dominio di indicare quali Certificate Authority sono autorizzate a emettere certificati.

Se il record è configurato in modo incompatibile con la CA utilizzata dal sistema AutoSSL, l’emissione può fallire.

Per esempio, un dominio che utilizza Let’s Encrypt deve consentire la CA prevista dalla propria configurazione.

Prima di modificare CAA bisogna però capire quali servizi stanno utilizzando certificati sul dominio.

Rimuovere record alla cieca non è una procedura consigliata.

Cloudflare sostituisce il certificato del server?

Non necessariamente.

Quando un dominio utilizza il proxy Cloudflare esistono normalmente due collegamenti TLS differenti:

Visitatore
↓ HTTPS
Cloudflare
↓ HTTPS
Server origin

Cloudflare presenta un certificato al visitatore.

Il server origin deve comunque avere una configurazione TLS corretta quando viene utilizzata una modalità come Full (strict).

Questo significa che un certificato valido sulla rete Cloudflare non elimina automaticamente la necessità di gestire correttamente quello presente sul server origin.

Certificati commerciali: cosa cambia?

La riduzione della durata riguarda anche i certificati pubblicamente trusted emessi dalle CA commerciali soggette ai Baseline Requirements.

Il cambiamento non riguarda quindi soltanto Let’s Encrypt.

Chi acquista certificati con durata commerciale annuale potrebbe continuare a sottoscrivere un servizio pluriennale, ma questo non significa che venga emesso un singolo certificato tecnicamente valido per più anni.

Il servizio può comprendere riemissioni periodiche entro i limiti consentiti.

Bisogna quindi distinguere:

durata del contratto commerciale

da:

durata tecnica del singolo certificato.

Un certificato più breve rende HTTPS più veloce?

No.

La durata del certificato non rende direttamente TLS più veloce.

Le prestazioni HTTPS dipendono da altri fattori, per esempio:

  • TLS 1.3;
  • session resumption;
  • HTTP/2;
  • HTTP/3;
  • latency;
  • rete;
  • CPU;
  • configurazione del web server.

Abbiamo approfondito l’evoluzione del trasporto nella guida Xlogic dedicata a HTTP/3 e QUIC nel 2026.

Durata breve e revoca dei certificati

Una validità inferiore riduce il periodo durante il quale un certificato può continuare a essere utilizzato senza essere sostituito.

Questo è particolarmente interessante nei casi in cui:

  • una chiave privata viene compromessa;
  • il dominio cambia proprietario;
  • una configurazione non è più valida;
  • la CA deve modificare le proprie procedure;
  • cambiano requisiti crittografici.

Certificati più brevi non eliminano completamente la necessità dei meccanismi di revoca, ma riducono la finestra temporale nella quale un certificato rimane utilizzabile.

Sysadmin e provider: cosa bisogna controllare

Per chi gestisce server con centinaia o migliaia di domini il cambiamento richiede soprattutto un controllo dell’automazione.

È utile verificare:

  1. quali certificati vengono ancora installati manualmente;
  2. quali domini utilizzano AutoSSL o ACME;
  3. quali certificati hanno renewal automatico funzionante;
  4. eventuali certificati wildcard;
  5. CAA;
  6. DNS esterni;
  7. Cloudflare e reverse proxy;
  8. monitoraggio delle scadenze;
  9. alert in caso di fallimento;
  10. procedure di rinnovo dei certificati dei servizi interni.

L’obiettivo dovrebbe essere eliminare progressivamente i workflow che dipendono dalla memoria di un operatore.

Cosa cambia per il normale proprietario di un sito?

Se il sito utilizza un hosting nel quale SSL viene già gestito automaticamente, probabilmente cambierà molto poco dal punto di vista quotidiano.

Il browser continuerà a mostrare HTTPS.

Il certificato continuerà a essere sostituito periodicamente.

La frequenza delle emissioni aumenterà, ma il processo avverrà dietro le quinte.

Il problema nasce quando l’automazione non funziona.

Con certificati sempre più brevi, lasciare irrisolto un problema di rinnovo per settimane diventerà molto più rischioso.

SSL gratuito sugli hosting Xlogic

Sugli hosting Xlogic compatibili, i certificati SSL vengono gestiti automaticamente attraverso l’infrastruttura prevista dal servizio.

Per maggiori informazioni è disponibile la guida della Knowledge Base su come ottenere un certificato SSL gratuito.

Il vantaggio di un sistema automatico diventerà ancora più evidente man mano che la durata massima dei certificati continuerà a ridursi.

Checklist per prepararsi ai certificati più brevi

  1. Verifica che tutti i certificati pubblici vengano rinnovati automaticamente.
  2. Controlla periodicamente SSL/TLS Status.
  3. Verifica A, AAAA e nameserver.
  4. Controlla eventuali CAA.
  5. Verifica configurazioni Cloudflare.
  6. Controlla che la DCV funzioni.
  7. Configura alert sui fallimenti di rinnovo.
  8. Evita procedure basate esclusivamente su rinnovi manuali.
  9. Utilizza ACME quando disponibile.
  10. Controlla certificati di hostname, mail e altri servizi.

Conclusioni

La durata dei certificati SSL nel 2026 è entrata in una nuova fase.

Dal 15 marzo 2026 il limite massimo per i certificati TLS pubblicamente trusted è sceso da 398 a 200 giorni.

Dal 15 marzo 2027 scenderà a 100 giorni.

Dal 15 marzo 2029 arriverà a soli 47 giorni.

Parallelamente verranno ridotti anche i periodi durante i quali la validazione del dominio può essere riutilizzata.

Il risultato è chiaro: il futuro dei certificati TLS è basato sull’automazione.

ACME, AutoSSL, monitoraggio e rinnovi automatici non sono più soltanto strumenti utili per semplificare il lavoro.

Stanno diventando il modello normale con cui il Web gestirà HTTPS.

Per chi utilizza già un’infrastruttura completamente automatizzata il passaggio potrà essere quasi invisibile.

Per chi installa ancora manualmente certificati e ricorda la scadenza attraverso il calendario, invece, è il momento di cambiare approccio.

Domande frequenti sulla durata dei certificati SSL 2026

Quanto dura un certificato SSL nel 2026?

Dal 15 marzo 2026 un certificato TLS pubblicamente trusted può avere una validità massima di 200 giorni. Una Certificate Authority può comunque emettere certificati con durata inferiore.

Tutti i certificati SSL dureranno 200 giorni?

No. 200 giorni rappresenta il limite massimo. Let’s Encrypt, per esempio, continua nel 2026 a utilizzare prevalentemente certificati standard da 90 giorni.

Quanto dureranno i certificati SSL nel 2027?

Dal 15 marzo 2027 la durata massima prevista dai Baseline Requirements sarà di 100 giorni.

Quanto dureranno i certificati SSL nel 2029?

Dal 15 marzo 2029 la durata massima sarà di 47 giorni.

Let’s Encrypt passerà a certificati da 47 giorni?

Let’s Encrypt ha annunciato un proprio passaggio a certificati standard da 45 giorni, quindi leggermente inferiori al massimo di 47 giorni previsto dal CA/Browser Forum.

Devo rinnovare manualmente il certificato ogni 47 giorni?

No, se utilizzi un sistema automatico come ACME o AutoSSL. Il rinnovo dovrebbe avvenire automaticamente prima della scadenza.

Cos’è ACME?

ACME è un protocollo progettato per automatizzare richiesta, validazione, emissione e rinnovo dei certificati TLS.

AutoSSL rinnova automaticamente i certificati?

Sì. cPanel AutoSSL controlla i certificati e tenta di sostituirli automaticamente prima della scadenza, purché la Domain Control Validation possa essere completata correttamente.

Perché AutoSSL può non rinnovare un certificato?

Tra le cause più frequenti ci sono DNS errati, CAA incompatibili, record AAAA non corretti, Cloudflare, redirect, firewall o problemi durante la Domain Control Validation.

Il limite di 200 giorni riguarda anche i certificati commerciali?

Sì, se sono certificati TLS pubblicamente trusted emessi da una Certificate Authority soggetta ai Baseline Requirements. Un contratto commerciale pluriennale può però prevedere riemissioni periodiche del certificato.

I crawler AI stanno cambiando il modo in cui i siti web vengono scoperti, analizzati e utilizzati dai servizi di intelligenza artificiale. Dal 15 settembre 2026 Cloudflare introdurrà nuovi comportamenti predefiniti per distinguere meglio i bot utilizzati per Search, Training e attività Agent.

La novità è particolarmente importante per editori, aziende, ecommerce, webmaster e provider hosting perché fino a oggi il traffico proveniente dai sistemi AI veniva spesso trattato come un’unica categoria.

In realtà un crawler che indicizza una pagina per permetterne la scoperta all’interno di un motore di ricerca AI svolge un’attività molto diversa da un crawler che raccoglie contenuti per addestrare un modello.

Allo stesso modo, un AI Agent che visita una pagina in tempo reale per conto di un utente rappresenta un terzo scenario ancora differente.

Cloudflare ha quindi deciso di separare il traffico automatizzato in base allo scopo effettivo del crawler, dando ai proprietari dei siti la possibilità di applicare politiche differenti.

Vediamo cosa cambia dal 15 settembre 2026 e soprattutto quali conseguenze può avere questa evoluzione per SEO, AEO, hosting, CPU, banda, robots.txt e gestione dei bot.

Crawler AI: perché non sono tutti uguali

Quando si parla genericamente di crawler AI si rischia di raggruppare attività completamente differenti.

Cloudflare distingue ora tre principali comportamenti:

CategoriaFunzioneEsempio di utilizzo
SearchRaccoglie o indicizza contenuti per renderli successivamente ricercabiliMotori di ricerca e sistemi di risposta AI
AgentAgisce in tempo reale per conto di un utenteAI assistant, browser agent, fetch di una pagina
TrainingRaccoglie contenuti destinati all’addestramento o fine-tuning di modelliDataset per modelli AI

Questa distinzione è importante perché un proprietario può voler essere facilmente individuabile nei motori AI senza necessariamente concedere lo stesso contenuto per l’addestramento di nuovi modelli.

È esattamente il problema che Cloudflare sta cercando di risolvere.

Cosa cambia il 15 settembre 2026

Dal 15 settembre 2026 Cloudflare applicherà nuovi valori predefiniti ai domini che vengono aggiunti alla propria rete.

La configurazione prevista è:

  • Search: consentito;
  • Training: bloccato sulle pagine che mostrano pubblicità;
  • Agent: bloccato sulle pagine che mostrano pubblicità.

Cloudflare utilizzerà i propri sistemi per determinare quali pagine mostrano advertising.

L’idea alla base della scelta è semplice: una pagina finanziata dalla pubblicità dipende dal fatto che un visitatore reale arrivi sul sito e visualizzi la pagina.

Un crawler che utilizza il contenuto senza generare visite può quindi avere un impatto economico molto differente rispetto a un crawler Search che contribuisce alla scoperta e può portare referral.

La documentazione ufficiale è disponibile nella pagina Cloudflare dedicata alle nuove AI bot policies.

Cosa succede ai siti Cloudflare già esistenti

È importante distinguere i nuovi domini da quelli già configurati.

Cloudflare ha annunciato che i nuovi default verranno utilizzati per:

  • nuovi clienti;
  • nuovi domini aggiunti da clienti esistenti;
  • account Free esistenti che non avranno espresso una scelta prima del 15 settembre 2026.

Chi utilizza Cloudflare dovrebbe quindi controllare la propria configurazione prima della data prevista.

Le impostazioni possono essere gestite attraverso:

Security Settings → Configure AI bot policies

Per ognuna delle tre categorie è possibile scegliere tra:

  • Allow;
  • Block on pages with ads;
  • Block on all pages.

La configurazione non è quindi irreversibile: il proprietario del dominio continua a decidere quale traffico consentire.

Il vecchio “Block AI Bots” cambia

Un altro cambiamento importante riguarda l’opzione storica Block AI bots.

Cloudflare indica che questa configurazione verrà progressivamente sostituita dal nuovo sistema basato sulle categorie Search, Agent e Training.

Il precedente controllo era principalmente orientato ai crawler destinati all’addestramento AI.

La nuova configurazione permette invece un controllo molto più granulare.

Questo è particolarmente importante nel caso dei bot multi-purpose.

Attenzione ai crawler AI multi-purpose

Alcuni crawler non svolgono una sola funzione.

Uno stesso bot può essere utilizzato contemporaneamente per:

  • Search;
  • Training;
  • altre funzioni automatizzate.

Dal 15 settembre Cloudflare terrà conto di tutte le finalità associate al crawler.

Se un bot viene classificato contemporaneamente come Search e Training e il proprietario del sito ha scelto di bloccare Training, verrà applicata la regola più restrittiva.

Questo dettaglio merita molta attenzione.

Nel proprio annuncio Cloudflare cita anche crawler multi-purpose associati ai grandi motori di ricerca, tra cui Googlebot, Applebot e BingBot, nel contesto dell’applicazione delle nuove policy.

Ciò non significa che questi crawler vengano bloccati automaticamente su Internet.

Significa invece che, nelle zone Cloudflare dove il proprietario sceglie di bloccare una categoria associata al crawler, la policy più restrittiva può prevalere.

Prima di applicare regole globali è quindi necessario valutare attentamente le conseguenze sulla visibilità del sito.

Crawler AI e SEO: cosa cambia?

Dal punto di vista SEO il concetto fondamentale rimane la discoverability.

Se un motore non può accedere a una pagina, difficilmente potrà comprenderne e indicizzarne correttamente il contenuto.

Bloccare un crawler dedicato esclusivamente al Training è molto diverso dal bloccare un crawler utilizzato anche per Search.

Per questo la nuova distinzione Cloudflare può essere utile: consente di prendere decisioni più precise rispetto a un semplice interruttore globale “blocca tutti i bot AI”.

Una possibile strategia per un sito aziendale orientato alla visibilità potrebbe essere:

  • Search → Allow;
  • Training → Block;
  • Agent → valutare in base al tipo di sito.

Ma non esiste una configurazione universale.

Un editore finanziato dalla pubblicità può avere esigenze molto diverse da un’azienda che vuole comparire il più possibile nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale.

Crawler AI e AEO: essere trovati dagli answer engine

L’evoluzione interessa direttamente anche l’Answer Engine Optimization.

L’AEO mira a rendere i contenuti facilmente comprensibili, recuperabili e citabili dai sistemi che producono risposte dirette.

Un crawler Search può contribuire proprio a questo processo.

Bloccare indiscriminatamente ogni bot AI potrebbe quindi ridurre le opportunità di apparire:

  • nelle risposte generate da sistemi AI;
  • nelle citazioni;
  • nei link verso le fonti;
  • nei risultati di ricerca assistiti dall’intelligenza artificiale.

Xlogic ha approfondito questo argomento anche nella guida dedicata a Google AI Mode e AI Overviews nel 2026.

Il principio rimane lo stesso: prima di bloccare un crawler bisogna capire quale funzione svolge.

Search, Training e Agent: quale conviene consentire?

La risposta dipende dal modello di business del sito.

Sito aziendale

Per un sito che utilizza il Web principalmente per acquisire clienti, la visibilità può avere un valore molto elevato.

Consentire Search può quindi essere importante.

Il Training può invece essere valutato separatamente.

Sito editoriale con pubblicità

Un publisher guadagna quando l’utente visita direttamente la pagina.

Se un sistema AI utilizza il contenuto senza generare visite, il rapporto tra crawling e valore restituito può diventare molto meno favorevole.

È proprio questo uno degli scenari che Cloudflare dichiara di voler affrontare.

Ecommerce

Un ecommerce potrebbe invece trarre beneficio da Agent capaci di consultare prodotti, prezzi e disponibilità per conto degli utenti.

In futuro gli AI Agent potrebbero diventare un canale diretto di scoperta e acquisto.

Bloccarli completamente potrebbe quindi essere controproducente in alcuni casi.

Crawler AI e hosting: il problema delle risorse

Esiste poi un aspetto meno discusso ma estremamente concreto: ogni crawler genera richieste HTTP.

Se un bot visita migliaia di URL, il server deve comunque gestire quelle richieste.

Il costo può riguardare:

  • banda;
  • connessioni;
  • CPU;
  • processi PHP;
  • query MySQL;
  • I/O;
  • cache;
  • log del web server.

Il problema aumenta quando vengono scansionate pagine dinamiche non presenti in cache.

Una richiesta a una pagina già memorizzata nella cache di LiteSpeed può avere un costo molto ridotto.

Una richiesta che deve eseguire PHP e query SQL può invece utilizzare molte più risorse.

Cloudflare ha indicato che una parte significativa del traffico dei crawler AI consiste nella nuova scansione di pagine che non sono cambiate.

Bloccare o limitare crawling non necessario può quindi avere anche un effetto positivo sull’infrastruttura origin.

Un crawler può aumentare CPU e carico MySQL?

Sì, soprattutto se il sito non dispone di una cache efficace.

Immaginiamo un crawler che visita:

10.000 URL

Se ogni richiesta avvia:

  • un processo PHP;
  • decine di query SQL;
  • plugin;
  • API;
  • funzioni dinamiche;

il costo può diventare significativo.

Questo non significa che tutti i crawler AI siano aggressivi.

Significa invece che crawling e hosting devono essere analizzati insieme.

Xlogic ha già affrontato il problema dei bot automatizzati nell’articolo dedicato al web scraping e al consumo delle risorse del sito.

Cache e crawler AI

Una cache efficiente riduce drasticamente il lavoro richiesto all’application layer.

Quando una pagina viene servita direttamente dalla cache:

crawler
↓
web server / cache
↓
HTML già pronto

non è necessario eseguire nuovamente tutta l’applicazione.

Quando invece la cache non è disponibile:

crawler
↓
web server
↓
PHP
↓
database
↓
HTML

il costo della richiesta aumenta.

Un ambiente hosting moderno dovrebbe quindi combinare:

cache + controllo bot + monitoraggio + corretta gestione dei crawler.

I piani Hosting Condiviso Xlogic utilizzano LiteSpeed Enterprise negli ambienti in cui questa tecnologia è prevista dal servizio.

robots.txt basta per bloccare i crawler AI?

No.

Il file robots.txt comunica ai crawler quali aree del sito il proprietario desidera rendere accessibili o meno.

Un esempio classico è:

User-agent: GPTBot
Disallow: /

Il problema è che robots.txt è una direttiva volontaria.

Un bot ben comportato la rispetta.

Un crawler che decide di ignorarla può comunque inviare la richiesta al server.

Cloudflare specifica infatti che, quando è necessario un blocco tecnico reale, bisogna utilizzare AI Crawl Control o le policy applicate a livello edge.

Per approfondire il funzionamento del file puoi leggere la guida Xlogic su come configurare correttamente robots.txt.

Cloudflare Content Signals: search, ai-input e ai-train

Cloudflare sta inoltre estendendo il ruolo del robots.txt attraverso i cosiddetti Content Signals.

Questi segnali permettono di indicare il tipo di utilizzo consentito per il contenuto.

Le categorie sono:

  • search → creazione di un indice di ricerca;
  • ai-input → utilizzo del contenuto in tempo reale da parte di un modello AI;
  • ai-train → addestramento o fine-tuning.

Per esempio:

User-Agent: *
Content-Signal: search=yes, ai-train=no
Allow: /

Questa direttiva esprime l’intenzione di permettere l’indicizzazione per la ricerca ma non l’utilizzo per l’addestramento.

È importante però distinguere anche in questo caso:

Content Signals esprime una preferenza; una regola Cloudflare a livello edge può invece applicare tecnicamente il blocco.

La sintassi e il funzionamento sono descritti nella documentazione Cloudflare sul managed robots.txt.

Cloudflare AI Crawl Control

AI Crawl Control è il sistema Cloudflare progettato per monitorare e controllare l’accesso dei servizi AI ai contenuti di un sito.

È disponibile sui diversi piani Cloudflare e permette di:

  • vedere quali crawler AI visitano il sito;
  • analizzare il numero di richieste;
  • controllare i pattern di crawling;
  • bloccare crawler specifici;
  • verificare il rispetto del robots.txt;
  • creare policy dedicate;
  • gestire differenti strategie di accesso.

Cloudflare sta inoltre sperimentando funzioni di monetizzazione come il Pay Per Crawl, attualmente indicate come private beta.

La documentazione ufficiale è disponibile su Cloudflare AI Crawl Control.

Esempi di crawler AI con identità separate

Un’evoluzione interessante riguarda la progressiva separazione degli user agent in base alla funzione.

La directory Cloudflare identifica, ad esempio, crawler differenti per attività differenti.

Nel caso OpenAI troviamo:

  • GPTBot;
  • OAI-SearchBot;
  • ChatGPT-User.

Analogamente Anthropic utilizza identità distinte come:

  • ClaudeBot;
  • Claude-SearchBot;
  • Claude-User.

Questo tipo di separazione permette ai proprietari dei siti di formulare policy più precise rispetto a un singolo crawler utilizzato per qualsiasi scopo.

Cosa dovrebbe fare un webmaster prima del 15 settembre

Chi utilizza Cloudflare dovrebbe effettuare almeno questi controlli:

  1. accedere alla dashboard Cloudflare;
  2. selezionare il dominio;
  3. aprire Security Settings;
  4. controllare Configure AI bot policies;
  5. verificare Search;
  6. verificare Training;
  7. verificare Agent;
  8. controllare l’eventuale vecchia impostazione Block AI bots;
  9. analizzare robots.txt;
  10. valutare il traffico AI già presente sul sito.

Non bisogna impostare automaticamente tutto su Block.

La configurazione deve essere coerente con gli obiettivi del sito.

Strategia consigliata per un sito che punta a SEO e AEO

Per un sito che vuole massimizzare la propria visibilità nei motori tradizionali e nei sistemi AI, una configurazione di partenza da valutare potrebbe essere:

CategoriaPossibile strategia
SearchAllow
TrainingValutare Block
AgentValutare in base al business

Non è però una configurazione da copiare automaticamente.

Soprattutto prima di bloccare Training bisogna verificare l’effetto sui crawler multi-purpose identificati da Cloudflare.

Cosa controllare dopo aver modificato le policy

Dopo ogni modifica è consigliabile monitorare:

  • errori HTTP 403;
  • access log;
  • crawl rate;
  • bot identificati;
  • CPU;
  • processi PHP;
  • query e carico database;
  • banda;
  • cache hit ratio;
  • indicizzazione;
  • referral provenienti dai servizi AI.

Se dopo l’attivazione di una regola diminuisce improvvisamente la discoverability del sito, bisogna verificare che non sia stato bloccato anche un crawler necessario.

Bloccare i crawler AI migliora le prestazioni?

Può farlo, ma dipende dal traffico.

Se un sito riceve poche richieste automatizzate, la differenza può essere praticamente nulla.

Se invece riceve centinaia di migliaia di richieste da crawler che analizzano continuamente pagine dinamiche, il beneficio può diventare significativo.

Il punto corretto non è quindi:

“I crawler AI rallentano sempre il sito.”

Ma:

“Il crawling non necessario consuma risorse e deve essere misurato.”

Il futuro del Web sarà sempre più agentico

La decisione di Cloudflare evidenzia un cambiamento più ampio.

Il traffico Web non è più composto soltanto da:

persona → browser → sito

Sempre più spesso il percorso sarà:

persona
↓
AI Agent
↓
sito web

oppure:

sito web
↓
crawler Search
↓
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Per webmaster e provider diventerà quindi necessario gestire non soltanto l’indicizzazione, ma anche lo scopo dell’accesso automatizzato.

Crawler AI: cosa cambia davvero per chi gestisce un sito

Il cambiamento del 15 settembre non significa che Cloudflare bloccherà improvvisamente tutti i sistemi AI.

Significa qualcosa di più importante: il traffico AI verrà trattato sempre meno come una categoria unica.

Il proprietario del sito potrà decidere separatamente se vuole:

  • essere trovato;
  • essere utilizzato per risposte AI;
  • essere utilizzato per Training;
  • essere visitato da Agent in tempo reale.

Questa distinzione diventerà probabilmente sempre più importante anche fuori dall’ecosistema Cloudflare.

Conclusioni

Dal 15 settembre 2026 la gestione dei crawler AI su Cloudflare diventerà più granulare.

Search, Training e Agent potranno essere trattati separatamente, mentre i crawler che svolgono più funzioni saranno valutati in base a tutte le classificazioni associate.

Per webmaster e aziende il vantaggio principale è la possibilità di evitare un approccio “tutto o niente”.

È possibile voler mantenere il sito visibile nei sistemi di ricerca AI senza necessariamente consentire qualsiasi altro utilizzo dei contenuti.

Dal punto di vista hosting, inoltre, controllare il crawling può ridurre richieste non necessarie, banda consumata e carico applicativo quando i bot colpiscono pagine dinamiche.

Il file robots.txt rimane uno strumento importante per comunicare preferenze, ma non rappresenta da solo un sistema di enforcement.

La strategia migliore consiste quindi nel combinare:

SEO + AEO + robots.txt + Cloudflare AI Crawl Control + cache + monitoraggio delle risorse.

Prima del 15 settembre, chi utilizza Cloudflare dovrebbe controllare le proprie impostazioni e decidere consapevolmente quali categorie di traffico AI vuole realmente consentire.

Domande frequenti sui crawler AI

Cosa sono i crawler AI?

I crawler AI sono sistemi automatizzati che visitano siti web per recuperare contenuti. Possono essere utilizzati per indicizzazione, ricerca, risposte AI in tempo reale, attività Agent oppure addestramento dei modelli.

Cosa cambia su Cloudflare il 15 settembre 2026?

Cloudflare introdurrà nuovi default che distinguono Search, Training e Agent. Nei nuovi domini Search resterà consentito, mentre Training e Agent verranno bloccati di default sulle pagine che mostrano pubblicità.

Cloudflare bloccherà tutti i crawler AI?

No. Il sistema consente al proprietario del sito di scegliere quali categorie permettere o bloccare. Search, Training e Agent possono essere configurati separatamente.

Bloccare Training può influire sulla SEO?

Bloccare un crawler esclusivamente dedicato all’addestramento non equivale a bloccare un motore di ricerca. Bisogna però prestare particolare attenzione ai crawler multi-purpose che Cloudflare classifica con più comportamenti.

robots.txt blocca realmente un crawler?

No. robots.txt comunica una preferenza ed è volontario. Per impedire tecnicamente l’accesso è necessario utilizzare firewall, WAF, AI Crawl Control o altri sistemi di controllo del traffico.

Cosa sono Search, Agent e Training?

Search identifica crawler che indicizzano contenuti per renderli ricercabili. Agent identifica attività automatizzate effettuate in tempo reale per conto di un utente. Training identifica crawler che raccolgono dati per addestrare o perfezionare modelli AI.

I crawler AI possono consumare CPU?

Sì. Se richiedono pagine dinamiche non presenti in cache possono attivare PHP, database e altri processi applicativi. L’impatto dipende dal numero di richieste e dall’architettura del sito.

Cloudflare AI Crawl Control è disponibile sui piani Free?

Cloudflare indica AI Crawl Control come disponibile sui propri piani, con funzionalità che permettono di monitorare e gestire il traffico dei crawler AI. Alcune funzioni avanzate o sperimentali possono avere disponibilità differente.

Conviene lasciare Search consentito?

Per un sito che punta alla visibilità SEO e AEO può essere utile mantenere Search consentito. La configurazione ideale dipende comunque dal modello di business e dai crawler coinvolti.

Che cosa sono i Content Signals?

Sono direttive machine-readable inseribili nel robots.txt per esprimere preferenze relative a search, ai-input e ai-train, cioè indicizzazione, utilizzo AI in tempo reale e addestramento dei modelli.

Manage Team cPanel permette di creare accessi separati per sviluppatori, webmaster, tecnici e collaboratori senza condividere la password principale dell’account hosting.

È una funzione particolarmente utile quando più persone devono lavorare sullo stesso servizio: invece di consegnare a tutti le credenziali del proprietario, è possibile creare un’identità personale per ogni collaboratore e decidere quali aree di cPanel può utilizzare.

Ogni team user dispone delle proprie credenziali e opera all’interno dell’account cPanel principale, utilizzando soltanto i ruoli e i servizi assegnati dal proprietario.

In questa guida vediamo come funziona Manage Team cPanel, quali sono le differenze tra ruoli e servizi, quando utilizzare Administrator, Database, Email o Web e come organizzare correttamente gli accessi di un team.

Cos’è Manage Team cPanel

Manage Team è una funzione integrata in cPanel che permette al proprietario dell’account, chiamato team owner, di creare utenti virtuali collegati allo stesso account hosting.

Un team user non rappresenta quindi un secondo account cPanel indipendente.

Le risorse rimangono quelle dell’account principale:

  • spazio disco;
  • CPU;
  • RAM;
  • database;
  • domini;
  • posta elettronica;
  • limiti previsti dal piano hosting.

Ciò che cambia è l’identità con cui la persona accede e ciò che le viene consentito di fare.

Il proprietario mantiene il controllo dell’account e può successivamente modificare, sospendere o eliminare il singolo team user senza dover cambiare la password principale utilizzata dagli altri servizi.

Per la procedura operativa passo-passo è disponibile anche la guida della Knowledge Base Xlogic dedicata a Manage Team cPanel.

Perché utilizzare Manage Team invece di condividere la password

Immaginiamo un’azienda che deve permettere a tre persone di lavorare sul proprio hosting:

  • uno sviluppatore deve modificare il sito;
  • un tecnico deve intervenire sui database;
  • un responsabile deve amministrare le caselle email.

Utilizzando un solo account cPanel, tutte e tre le persone conoscerebbero la password principale e avrebbero potenzialmente accesso all’intero ambiente.

Con Manage Team è invece possibile creare tre utenti distinti.

Questo offre diversi vantaggi organizzativi:

  • ogni persona utilizza le proprie credenziali;
  • gli accessi possono essere sospesi individualmente;
  • non è necessario cambiare la password principale quando termina una collaborazione;
  • è possibile distinguere chi gestisce sito, database o posta;
  • si possono abilitare servizi personali come FTP;
  • è possibile prevedere una data di scadenza dell’accesso.

Manage Team diventa quindi particolarmente interessante per agenzie, aziende, freelance, sviluppatori e proprietari di siti che lavorano con collaboratori esterni.

Team owner e team user: qual è la differenza?

Il team owner è il proprietario dell’account cPanel.

È l’account principale dal quale vengono creati e amministrati gli utenti del team.

Il team user è invece l’identità virtuale assegnata al collaboratore.

Un team user può:

  • accedere a cPanel;
  • modificare la propria password;
  • cambiare la lingua dell’interfaccia;
  • aggiornare le proprie informazioni di contatto;
  • utilizzare i servizi assegnati;
  • accedere alle funzioni associate ai propri ruoli.

Non diventa però proprietario dell’account e non può amministrare liberamente gli altri team user.

Anche il ruolo Administrator presenta alcune limitazioni rispetto al proprietario e non permette, ad esempio, di utilizzare direttamente la stessa interfaccia Manage Team.

Manage Team cPanel: ruoli e servizi non sono la stessa cosa

Questo è probabilmente il concetto più importante da comprendere.

In Manage Team esistono due elementi differenti:

Ruoli → consentono l’accesso a gruppi di funzioni amministrative di cPanel.

Servizi → forniscono al singolo team user una funzione personale specifica.

I ruoli disponibili sono:

  • Administrator;
  • Database;
  • Email;
  • Web.

I servizi assegnabili sono invece:

  • Email;
  • FTP;
  • Web Disk.

Ruoli e servizi di Manage Team cPanel: Administrator, Database, Email, Web, FTP e Web Disk
La distinzione permette di costruire accessi molto più coerenti con il lavoro svolto.

Un collaboratore potrebbe, per esempio, avere il ruolo Web per utilizzare gli strumenti relativi al sito e contemporaneamente ricevere un servizio FTP limitato a una determinata directory.

I quattro ruoli di Manage Team cPanel

Administrator

Administrator è il ruolo più ampio.

Include i privilegi associati agli altri ruoli e permette di utilizzare gran parte delle funzioni disponibili nell’account.

È adatto a un responsabile tecnico che deve realmente lavorare su differenti aree dell’hosting.

Non dovrebbe però essere assegnato automaticamente a ogni sviluppatore soltanto per comodità.

Se una persona deve modificare esclusivamente il sito, il ruolo Web è generalmente più coerente.

Se deve lavorare soltanto sui database, può essere sufficiente Database.

Database

Il ruolo Database è pensato per chi deve amministrare MySQL e gli strumenti collegati.

Tra le funzioni che possono essere disponibili rientrano:

  • phpMyAdmin;
  • gestione database;
  • Database Wizard;
  • Remote Database Access;
  • backup;
  • MultiPHP Manager;
  • MultiPHP INI Editor.

Le interfacce effettivamente disponibili possono cambiare in base alle funzioni abilitate dal provider.

Se il collaboratore deve utilizzare phpMyAdmin puoi collegargli anche la guida Xlogic su come utilizzare phpMyAdmin in cPanel.

Email

Il ruolo Email permette di amministrare le principali funzioni della posta elettronica presenti nell’account.

Può essere adatto a una persona che deve occuparsi di:

  • account email;
  • routing della posta;
  • mailing list;
  • configurazioni email disponibili;
  • alcune funzioni DNS collegate alla posta.

È importante distinguere il ruolo Email dal servizio Email.

Il ruolo consente di amministrare le funzioni email dell’account.

Il servizio Email permette invece al team user di avere il proprio accesso email e una relativa quota.

Web

Il ruolo Web è progettato per webmaster e sviluppatori che lavorano principalmente sul sito.

Può comprendere strumenti relativi a:

  • redirect;
  • bandwidth;
  • statistiche;
  • MultiPHP Manager;
  • MultiPHP INI Editor;
  • backup;
  • strumenti di pubblicazione e gestione del sito disponibili sul server.

Un dettaglio importante: il ruolo Web non concede automaticamente l’accesso a phpMyAdmin.

Se lo sviluppatore deve lavorare anche direttamente sul database, può essere necessario assegnargli anche il ruolo Database.

È possibile assegnare più ruoli allo stesso utente?

Sì.

Un team user può ricevere più ruoli contemporaneamente.

Per esempio, uno sviluppatore backend potrebbe ricevere:

Web + Database

mentre un responsabile che gestisce sito e posta potrebbe utilizzare:

Web + Email

Administrator rimane invece il ruolo da utilizzare quando è realmente necessario un accesso molto ampio.

Il criterio migliore è partire dalle attività concrete che la persona deve svolgere e assegnare solo ciò che serve.

Team user senza ruolo: a cosa serve?

Non è obbligatorio assegnare un ruolo amministrativo.

Un team user senza ruoli può comunque accedere alle proprie preferenze personali e utilizzare i servizi che il proprietario gli assegna.

Questo può essere molto utile.

Supponiamo, ad esempio, di voler permettere a un collaboratore soltanto di trasferire file in una directory.

Potremmo creare un team user senza ruoli amministrativi e abilitare esclusivamente il servizio FTP.

In questo modo non è necessario concedergli l’accesso agli strumenti Web, Email o Database.

I servizi di Manage Team: Email, FTP e Web Disk

Servizio Email

Il servizio Email permette al proprietario di assegnare al team user una funzione email personale.

È possibile anche impostare una quota in funzione delle possibilità offerte dall’account.

Servizio FTP

Il servizio FTP permette al team user di trasferire file.

Uno degli aspetti più interessanti è la possibilità di specificare una home directory.

È quindi possibile limitare il punto di partenza dell’accesso FTP.

Per esempio:

/public_html/progetto-cliente/

può essere più appropriato rispetto a concedere accesso all’intero spazio hosting.

Per l’utilizzo del protocollo puoi consultare anche la guida Xlogic su come accedere via FTP.

Attenzione però a una particolarità: i team user non possono utilizzare SFTP attraverso il servizio Manage Team, perché SFTP dipende dall’accesso shell dell’account cPanel principale.

Servizio Web Disk

Web Disk permette di accedere e manipolare file utilizzando client compatibili.

Durante la configurazione è possibile scegliere:

  • home directory;
  • permesso Read-Write;
  • permesso Read-Only.

Può quindi essere interessante quando un collaboratore deve consultare file senza necessariamente poterli modificare.

Quanti team user posso creare?

cPanel distingue tra utenti con ruoli e utenti senza ruoli.

Secondo la documentazione corrente, il numero predefinito massimo di team user ai quali possono essere assegnati ruoli è 7.

L’amministratore root del server può ridurre questo valore.

Gli utenti senza ruolo non utilizzano invece questo limite nello stesso modo.

Il valore realmente disponibile per l’account viene mostrato direttamente nell’interfaccia Manage Team.

Come creare un team user

La procedura generale è semplice.

  1. Accedi a cPanel con l’account proprietario.
  2. Apri Preferences → Manage Team.
  3. Seleziona Create Team User.
  4. Inserisci il nome utente.
  5. Inserisci l’indirizzo email di contatto.
  6. Scegli come verrà impostata la password.
  7. Assegna i ruoli necessari.
  8. Abilita eventualmente Email, FTP o Web Disk.
  9. Inserisci una nota descrittiva.
  10. Imposta una scadenza quando l’accesso è temporaneo.
  11. Controlla il riepilogo.
  12. Crea l’utente.

Come creare un team user in cPanel e assegnare ruoli, servizi e scadenza
Per accedere al pannello principale è disponibile anche la guida Xlogic su come accedere a cPanel.

Impostare una scadenza per gli accessi temporanei

Una funzione particolarmente interessante di Manage Team è la possibilità di impostare una data di scadenza.

È utile, ad esempio, per:

  • sviluppatori esterni;
  • migrazioni;
  • interventi di manutenzione;
  • consulenze;
  • collaborazioni a progetto;
  • supporto temporaneo.

Alla data prevista il team user viene sospeso.

È inoltre possibile associare un motivo alla scadenza.

Una nota come:

Accesso sviluppatore - progetto ecommerce - scadenza 30/09

rende più semplice capire in futuro perché l’utente sia stato creato.

Modificare, sospendere o eliminare un team user

Il vantaggio di avere account separati emerge soprattutto quando cambia il team.

Se un collaboratore non deve più lavorare sull’hosting, non è necessario modificare le credenziali utilizzate da tutti gli altri.

Dal pannello Manage Team il proprietario può:

  • modificare l’utente;
  • cambiare ruoli e servizi;
  • modificare la scadenza;
  • sospendere temporaneamente l’accesso;
  • riattivarlo;
  • eliminarlo definitivamente.

Quando non si è ancora conclusa la verifica delle attività svolte può essere preferibile sospendere inizialmente l’utente e procedere all’eliminazione definitiva dopo aver controllato sito, database e file.

Manage Team e Audit Log

cPanel dispone anche di un Audit Log collegato a Manage Team quando questa funzione viene abilitata dall’amministratore del server.

Il registro permette al team owner di visualizzare le chiamate effettuate attraverso cPanel UAPI e di identificare quale team user le ha eseguite.

Tra le informazioni mostrate possono comparire:

  • data e ora;
  • utente che ha effettuato la chiamata;
  • versione API;
  • funzione eseguita;
  • origine della chiamata.

L’Audit Log non deve però essere interpretato come una registrazione completa di ogni singola azione effettuata dall’utente.

Le operazioni che non utilizzano la UAPI possono non comparire nel registro.

Esempio 1: sviluppatore che deve modificare il sito

Un freelance deve correggere il frontend e alcuni file PHP di un sito.

Una configurazione possibile è:

  • ruolo: Web;
  • servizio: FTP;
  • home directory FTP: directory del progetto;
  • scadenza: fine dell’intervento.

Se deve lavorare anche direttamente su MySQL, si può aggiungere temporaneamente Database.

Non è necessario utilizzare Administrator.

Esempio 2: tecnico database

Un database administrator deve analizzare query, tabelle e dati.

La configurazione potrebbe essere:

  • ruolo: Database;
  • Web: non necessario;
  • Email: non necessario;
  • FTP: non necessario, salvo esigenze specifiche.

Il tecnico avrà quindi accesso agli strumenti database senza ricevere automaticamente tutte le funzioni web e di posta.

Esempio 3: gestione della posta aziendale

Un collaboratore deve creare caselle, controllare routing e gestire gli strumenti email.

La configurazione appropriata può essere semplicemente:

ruolo Email

Non c’è alcun motivo di aggiungere Database o Web se quella persona non deve intervenire sul sito.

Esempio 4: agenzia esterna per un progetto temporaneo

Un’agenzia deve lavorare per un mese su un sito ospitato nell’account.

In questo scenario Manage Team permette di creare un’identità dedicata all’agenzia, assegnare soltanto i ruoli necessari e impostare già durante la creazione una data di scadenza.

Terminato il progetto, l’accesso può essere sospeso o eliminato senza toccare la password dell’account principale.

Manage Team non sostituisce i permessi dei file

I ruoli di cPanel e i permessi del filesystem sono concetti differenti.

Un team user può avere accesso agli strumenti Web o FTP, ma i file continuano ad avere i normali permessi Linux.

Se durante un intervento vengono modificati chmod o permessi delle directory, è importante controllarli separatamente.

Puoi approfondire nella guida Xlogic dedicata ai permessi di file e cartelle.

Quando Manage Team non compare in cPanel

La disponibilità di Manage Team dipende dalla licenza cPanel e dalle funzioni abilitate dal provider.

Se la voce non compare nell’area Preferences non significa necessariamente che ci sia un errore nel pannello.

La funzione può essere abilitata o disabilitata dal provider attraverso Feature Manager.

In caso di dubbi, un cliente Xlogic può aprire un ticket indicando il dominio e il nome utente cPanel interessato.

Non è necessario inviare la password dell’account.

Best practice per utilizzare Manage Team cPanel

Una buona gestione degli accessi dovrebbe seguire alcune regole semplici.

  • crea un team user diverso per ogni persona;
  • non utilizzare account condivisi tra più collaboratori;
  • assegna soltanto i ruoli realmente necessari;
  • non utilizzare Administrator come scelta predefinita;
  • limita la home directory FTP quando possibile;
  • imposta una scadenza per gli accessi temporanei;
  • inserisci una nota che spieghi il motivo dell’accesso;
  • controlla periodicamente gli utenti ancora attivi;
  • sospendi rapidamente gli account che non servono più;
  • verifica le attività importanti prima dell’eliminazione;
  • mantieni sotto il controllo del proprietario l’account cPanel principale.

Manage Team cPanel su un hosting professionale

La gestione separata degli accessi diventa sempre più importante quando un sito cresce e coinvolge più figure tecniche.

Un progetto può avere contemporaneamente:

  • proprietario;
  • webmaster;
  • sviluppatore;
  • database administrator;
  • responsabile email;
  • agenzia SEO;
  • tecnico esterno.

Condividere un’unica password principale rende difficile capire chi dovrebbe avere accesso a cosa e complica la rimozione delle credenziali quando cambia il team.

Manage Team permette invece di strutturare gli accessi in modo più ordinato.

Per chi cerca un ambiente basato su cPanel è possibile consultare anche i piani Hosting Condiviso Xlogic.

Conclusioni

Manage Team cPanel è una funzione pensata per trasformare un account cPanel utilizzato da una sola persona in un ambiente più adatto al lavoro collaborativo.

Il proprietario mantiene il controllo dell’account principale mentre sviluppatori, tecnici e collaboratori ricevono credenziali personali.

La distinzione fondamentale è tra:

ruoli → Administrator, Database, Email e Web

e:

servizi → Email, FTP e Web Disk.

Combinando correttamente questi elementi è possibile costruire accessi adatti alle reali necessità operative.

Uno sviluppatore può ricevere Web e FTP, un tecnico database soltanto Database, mentre un collaboratore temporaneo può avere un accesso con data di scadenza già programmata.

Il vantaggio principale non consiste quindi soltanto nell’avere più username.

Consiste nel poter separare identità, responsabilità e aree di lavoro all’interno dello stesso account hosting.

Per la procedura operativa dettagliata puoi consultare la guida Manage Team nella Knowledge Base Xlogic.

Domande frequenti su Manage Team cPanel

Cos’è Manage Team cPanel?

È una funzione di cPanel che permette al proprietario dell’account di creare team user con credenziali personali e assegnare loro determinati ruoli e servizi.

Un team user è un nuovo account cPanel?

No. È un account virtuale collegato all’account cPanel principale e utilizza le risorse dello stesso servizio hosting.

Quali ruoli sono disponibili in Manage Team?

I ruoli previsti sono Administrator, Database, Email e Web. Un team user può ricevere anche più ruoli contemporaneamente.

Quali servizi posso assegnare?

I servizi previsti da Manage Team sono Email, FTP e Web Disk, quando disponibili nella configurazione del server.

Posso creare un utente solo FTP?

Sì. È possibile creare un team user senza assegnargli un ruolo amministrativo e abilitare soltanto il servizio FTP, eventualmente limitando la home directory.

Un team user può utilizzare SFTP?

No. Gli account team non possono utilizzare SFTP perché questo protocollo dipende dall’accesso shell dell’account cPanel principale.

Quanti team user con ruolo posso creare?

La documentazione cPanel corrente indica un massimo predefinito di sette team user ai quali sono assegnati ruoli. Il valore visualizzato nell’account può comunque dipendere dalla configurazione del server.

Posso assegnare Web e Database allo stesso utente?

Sì. I ruoli possono essere combinati. È quindi possibile assegnare Web e Database a uno sviluppatore che deve lavorare sia sul sito sia direttamente sui database.

Il ruolo Web permette di usare phpMyAdmin?

No. Per l’accesso amministrativo a phpMyAdmin è previsto il ruolo Database. Il ruolo Web da solo non concede questa interfaccia.

Posso impostare una scadenza?

Sì. Durante la creazione o la modifica del team user è possibile configurare una data di scadenza che sospenderà l’account alla data prevista.

Posso vedere cosa ha fatto un team user?

Quando l’Audit Log è abilitato sul server, il proprietario può visualizzare alcune attività effettuate tramite cPanel UAPI. Non si tratta però di una registrazione completa di qualsiasi operazione eseguita dall’utente.

Perché non vedo Manage Team nel mio cPanel?

La funzione dipende dalla licenza cPanel e dalle feature abilitate dal provider. Se non compare, contatta il provider per verificare se Manage Team è disponibile per il tuo account.

Brotli vs Gzip: quale sistema di compressione conviene utilizzare nel 2026 per ridurre il peso di HTML, CSS, JavaScript e degli altri contenuti testuali di un sito web?

La compressione HTTP è una delle tecniche più efficaci per diminuire la quantità di dati trasferiti tra server e browser. Invece di inviare il file originale, il server può comprimerlo prima della trasmissione e il browser lo decomprime automaticamente una volta ricevuto.

Per molti anni Gzip è stato lo standard più diffuso. Oggi, però, Brotli è supportato dai browser moderni e può offrire una compressione più efficiente, soprattutto per HTML, CSS, JavaScript, JSON e altri contenuti testuali.

Questo non significa che Gzip sia diventato inutile.

Nel 2026 la strategia migliore consiste spesso nel supportare entrambi e lasciare che browser e server negozino automaticamente il formato più adatto.

Brotli vs Gzip: le differenze principali

Gzip e Brotli hanno lo stesso obiettivo: ridurre il peso dei dati prima che vengano trasferiti attraverso la rete.

La differenza principale riguarda l’algoritmo utilizzato e il rapporto tra:

  • dimensione finale del file;
  • tempo necessario per comprimere;
  • utilizzo della CPU;
  • velocità di decompressione;
  • compatibilità del client.

In termini generali:

Gzip offre un eccellente compromesso tra velocità, compatibilità e compressione.

Brotli può ottenere una compressione migliore, soprattutto sui contenuti testuali, ma ai livelli più elevati può richiedere molto più tempo di CPU durante la fase di compressione.

Cos’è Gzip

Gzip è un formato di compressione utilizzato da moltissimi anni sul Web.

In ambiente HTTP il browser può indicare al server di supportare Gzip attraverso l’header:

Accept-Encoding: gzip

Se il server decide di utilizzare questa codifica, restituisce:

Content-Encoding: gzip

Il browser riceve il contenuto compresso e lo decomprime automaticamente prima di elaborarlo.

Dal punto di vista dell’utente non cambia nulla.

La pagina HTML continua a essere visualizzata normalmente, ma il numero di byte trasferiti attraverso la rete può essere molto inferiore.

Cos’è Brotli

Brotli è un formato di compressione lossless specificato nella RFC 7932.

È stato progettato per ottenere un’elevata efficienza di compressione attraverso tecniche basate su LZ77, codifica Huffman e altre ottimizzazioni.

Il suo identificatore HTTP è:

br

Un browser moderno può quindi inviare, ad esempio:

Accept-Encoding: gzip, deflate, br, zstd

Se il server sceglie Brotli, la risposta includerà:

Content-Encoding: br

La negoziazione viene gestita automaticamente tramite HTTP.

Come funziona Accept-Encoding

Il browser comunica al server quali algoritmi di compressione è in grado di utilizzare attraverso l’header Accept-Encoding.

Un esempio moderno può essere:

Accept-Encoding: gzip, deflate, br, zstd

Il server analizza l’elenco e sceglie una codifica supportata.

La scelta viene poi comunicata attraverso:

Content-Encoding: br

oppure:

Content-Encoding: gzip

La documentazione MDN dedicata ad Accept-Encoding descrive questo meccanismo di content negotiation.

Brotli vs Gzip: tabella di confronto

CaratteristicaBrotliGzip
Identificatore HTTPbrgzip
CompressioneGeneralmente molto efficienteMolto buona
Compatibilità browser moderniOttimaEccellente
Velocità di compressioneDipende molto dal livelloGeneralmente molto rapida
Utilizzo CPU ai livelli massimiPuò essere elevatoPiù contenuto
Contenuti testualiEccellenteEccellente
FallbackGzipIdentity/non compresso
Uso consigliato nel 2026

Brotli comprime sempre meglio di Gzip?

Non sempre, ma sui contenuti testuali può frequentemente ottenere file più piccoli.

Il risultato dipende da:

  • tipo di file;
  • dimensione;
  • livello di compressione;
  • contenuto;
  • implementazione utilizzata;
  • modalità statica o dinamica.

Un file HTML ripetitivo, un grande foglio CSS o un bundle JavaScript possono comprimersi molto bene.

Un file già compresso, invece, può beneficiare pochissimo.

La stessa RFC di Brotli descrive un formato progettato per ottenere un rapporto di compressione migliore rispetto a Gzip in numerosi scenari generici.

Quali file conviene comprimere

La compressione HTTP è particolarmente efficace sui contenuti testuali.

Tra i principali candidati troviamo:

  • HTML;
  • CSS;
  • JavaScript;
  • JSON;
  • XML;
  • SVG;
  • file di testo;
  • risposte API;
  • manifest;
  • alcuni font, a seconda del formato e della configurazione.

Questi contenuti contengono spesso pattern ripetitivi che gli algoritmi possono comprimere molto efficacemente.

Quali file non conviene comprimere di nuovo

Un errore comune consiste nell’attivare la compressione indiscriminatamente su qualsiasi tipo di file.

Immagini, audio, video e archivi sono spesso già compressi internamente.

Per esempio:

  • JPEG;
  • WebP;
  • AVIF;
  • MP4;
  • MP3;
  • ZIP;
  • GZIP;
  • 7z.

Applicare un’ulteriore compressione può produrre un risparmio minimo o nullo, consumando invece CPU sul server.

MDN raccomanda infatti di utilizzare la compressione principalmente sui contenuti che possono realmente beneficiarne, evitando quelli già compressi come immagini, audio e video.

Brotli e Gzip non comprimono le immagini come WebP e AVIF

È importante non confondere due concetti differenti.

Brotli e Gzip comprimono la risposta HTTP.

WebP e AVIF sono invece formati immagine progettati specificamente per comprimere contenuti grafici.

Una strategia corretta può quindi essere:

HTML → Brotli
CSS → Brotli
JavaScript → Brotli
JSON → Brotli

Immagini → WebP / AVIF

Per approfondire il tema delle immagini puoi leggere la guida Xlogic WebP vs AVIF nel 2026.

Compressione statica vs compressione dinamica

Esistono due strategie principali.

Compressione dinamica

Il server riceve la richiesta e comprime la risposta al momento.

Per esempio:

browser richiede style.css
↓
server legge style.css
↓
server comprime
↓
server invia style.css compresso

Il vantaggio è che non bisogna conservare copie compresse già pronte.

Lo svantaggio è che ogni operazione di compressione utilizza CPU.

Compressione statica

Il file viene compresso in anticipo.

Potremmo avere:

style.css
style.css.gz
style.css.br

Quando il browser supporta Brotli, il server può inviare direttamente:

style.css.br

senza doverlo comprimere durante la richiesta.

Questa tecnica permette di utilizzare livelli di compressione più elevati senza aumentare il carico CPU per ogni visitatore.

Perché Brotli 11 non è sempre la scelta migliore

Brotli supporta livelli di qualità da 0 a 11.

Aumentando il livello, normalmente aumenta la capacità di compressione ma anche il tempo necessario per generare il risultato.

Il problema diventa evidente con la compressione on-the-fly.

Utilizzare il livello massimo su contenuti dinamici può richiedere molta più CPU per ottenere un guadagno relativamente piccolo rispetto a un livello intermedio.

Per questo il principio corretto non è:

“Più alto è il livello, migliore è sempre la configurazione.”

Bisogna trovare un equilibrio tra:

  • risparmio di banda;
  • tempo di compressione;
  • CPU;
  • latenza;
  • tipo di contenuto.

Livelli Gzip

Gzip, attraverso zlib, utilizza normalmente livelli di compressione compresi tra 0 e 9.

In termini generali:

1 = maggiore velocità
9 = maggiore compressione

Il livello 0 equivale sostanzialmente all’assenza di compressione.

Anche in questo caso il livello massimo non è necessariamente il migliore per contenuti generati dinamicamente.

Brotli vs Gzip e utilizzo della CPU

La compressione non è gratuita.

Ridurre il numero di byte trasferiti richiede calcoli.

Il server deve quindi bilanciare:

CPU utilizzata per comprimere

contro:

banda e tempo di trasferimento risparmiati.

Su contenuti statici molto richiesti è spesso conveniente creare versioni precompresse.

Su contenuti dinamici bisogna utilizzare livelli adeguati per evitare che il costo della compressione annulli il beneficio ottenuto sulla rete.

Brotli e LiteSpeed

LiteSpeed Web Server supporta sia Gzip sia Brotli per contenuti statici e dinamici.

La documentazione LiteSpeed indica che il web server può comprimere le risposte con entrambi i formati e permette di configurare separatamente regole e livelli di compressione.

Puoi consultare la documentazione ufficiale LiteSpeed sulla compressione.

LiteSpeed sottolinea inoltre che livelli di compressione più elevati riducono maggiormente il traffico, ma utilizzano più memoria e cicli CPU.

È quindi importante configurare la compressione in funzione delle caratteristiche del server e del traffico.

Xlogic e LiteSpeed Enterprise

Xlogic utilizza LiteSpeed Enterprise negli ambienti hosting compatibili.

Questo permette di integrare la compressione HTTP direttamente a livello web server insieme alle altre funzionalità dello stack.

Xlogic è inoltre presente nella directory ufficiale dei partner LiteSpeed Technologies.

Per approfondire puoi leggere l’articolo Xlogic partner ufficiale LiteSpeed Technologies.

Brotli vs Gzip e cache

Compressione e cache sono due ottimizzazioni differenti.

La cache riduce il lavoro necessario per generare il contenuto.

La compressione riduce invece la quantità di dati trasferiti.

Un sistema ben configurato può utilizzare entrambe:

pagina generata
↓
cache
↓
compressione Brotli
↓
browser

In questo modo il server evita di rigenerare continuamente la pagina e trasferisce anche una quantità inferiore di dati.

Content-Encoding e cache

Se una stessa risorsa può essere inviata in differenti formati compressi, i sistemi di cache devono distinguere correttamente le varianti.

Un client potrebbe supportare:

br

mentre un altro potrebbe accettare soltanto:

gzip

Per questo le risposte compresse possono utilizzare:

Vary: Accept-Encoding

Questo permette alle cache HTTP di conservare correttamente versioni differenti della stessa risorsa in base alle capacità del client.

Come verificare se un sito usa Brotli

Il metodo più semplice consiste nell’utilizzare gli strumenti di sviluppo del browser.

Su Chrome, Edge e browser simili:

  1. apri il sito;
  2. premi F12;
  3. apri Network;
  4. ricarica la pagina;
  5. seleziona il documento HTML;
  6. apri Response Headers.

Se Brotli è attivo dovresti vedere:

Content-Encoding: br

Se viene utilizzato Gzip:

Content-Encoding: gzip

Come verificare Brotli con curl

È possibile effettuare anche un controllo da terminale.

Per esempio:

curl -I -H "Accept-Encoding: br" https://example.com

Se il server supporta Brotli e decide di utilizzarlo, tra gli header dovrebbe comparire:

Content-Encoding: br

Per Gzip:

curl -I -H "Accept-Encoding: gzip" https://example.com

Perché curl -I può non raccontare tutta la storia

Alcune configurazioni possono trattare diversamente richieste HEAD e GET.

Per una verifica più completa si può utilizzare:

curl -s -o /dev/null -D - \
-H "Accept-Encoding: br" \
https://example.com

In questo modo curl effettua una normale richiesta GET ma scarta il corpo, mostrando gli header della risposta.

Brotli vs Gzip e CDN

Una CDN può gestire la compressione indipendentemente dal server origin.

Lo schema può essere:

Browser
↓
CDN
↓
Server origin

Il browser può ricevere Brotli dalla CDN anche se il server origin utilizza un altro tipo di compressione o invia contenuto non compresso.

Questo significa che quando si analizza la compressione bisogna capire quale componente sta effettivamente generando la risposta osservata.

Brotli funziona con HTTP/2?

Sì.

Brotli è un meccanismo di content encoding e non dipende direttamente dalla versione HTTP.

Può essere utilizzato con connessioni HTTP/2 e HTTP/3.

Quindi una configurazione moderna può essere:

HTTP/3
+
Brotli
+
WebP / AVIF
+
cache

Ogni tecnologia interviene su un livello differente.

Per approfondire il protocollo di trasporto puoi leggere la guida Xlogic dedicata a HTTP/3 e QUIC nel 2026.

Brotli rende automaticamente più veloce un sito?

Non necessariamente.

Ridurre il peso di HTML, CSS e JavaScript può diminuire il tempo di trasferimento.

Ma le prestazioni di un sito dipendono da molti altri fattori:

  • tempo di risposta del server;
  • PHP;
  • database;
  • cache;
  • numero di richieste;
  • JavaScript;
  • CSS;
  • font;
  • immagini;
  • rete;
  • latency;
  • CPU e RAM.

Un HTML compresso perfettamente non può compensare un database che impiega tre secondi per elaborare una query.

Brotli vs Gzip e Core Web Vitals

La compressione può contribuire indirettamente alle performance percepite perché permette di trasferire più rapidamente le risorse testuali.

Questo può risultare utile soprattutto per:

  • CSS critico;
  • JavaScript;
  • documento HTML;
  • grandi file JSON;
  • risorse utilizzate durante il rendering iniziale.

Non bisogna però aspettarsi che l’attivazione di Brotli risolva automaticamente problemi di LCP, INP o CLS.

Core Web Vitals dipende dall’intero processo di caricamento e rendering.

Quando scegliere Brotli

Brotli è particolarmente interessante quando:

  • il sito utilizza browser moderni;
  • sono presenti grandi file CSS o JavaScript;
  • si vogliono ridurre i dati trasferiti;
  • il server supporta Brotli nativamente;
  • è disponibile una cache delle versioni compresse;
  • si possono precomprimere gli asset statici.

Quando mantenere Gzip

Gzip rimane importante come fallback.

È utile quando:

  • il client non supporta Brotli;
  • la configurazione server non include Brotli;
  • si utilizzano software legacy;
  • si privilegia la semplicità operativa;
  • la differenza di compressione non giustifica maggiore complessità.

Non esiste quindi una ragione per disabilitare Gzip soltanto perché Brotli è disponibile.

La strategia migliore: Brotli + Gzip fallback

Nel 2026 una strategia moderna può consistere nel supportare entrambi.

Il browser comunica:

Accept-Encoding: gzip, br

Il server può preferire:

br

e utilizzare Gzip quando Brotli non è disponibile.

La negoziazione avviene automaticamente senza richiedere modifiche da parte dell’utente.

E Zstandard?

Nel panorama moderno della compressione HTTP sta crescendo anche Zstandard, identificato come:

zstd

Browser moderni possono includerlo nell’header Accept-Encoding.

Questo non significa che Brotli e Gzip siano destinati a scomparire a breve.

Significa piuttosto che la compressione HTTP continua a evolversi e i server moderni possono progressivamente supportare più algoritmi.

La logica rimane la stessa: client e server negoziano automaticamente un formato compatibile.

Errori da evitare con la compressione HTTP

Tra gli errori più comuni troviamo:

  • comprimere immagini già compresse;
  • utilizzare sempre il livello massimo;
  • ignorare l’utilizzo CPU;
  • non configurare correttamente i MIME type;
  • comprimere file minuscoli con risparmio irrilevante;
  • non verificare Content-Encoding;
  • non gestire correttamente Vary: Accept-Encoding;
  • pensare che Brotli sostituisca la cache;
  • confondere Brotli con WebP o AVIF;
  • attivare più sistemi di compressione sovrapposti senza controllare il risultato.

Brotli vs Gzip su un hosting condiviso

Su un hosting condiviso la compressione viene normalmente gestita dal web server e dall’infrastruttura del provider.

L’utente non dovrebbe essere costretto a compilare manualmente Brotli o modificare il web server.

Quando la piattaforma supporta correttamente la compressione, browser e server possono negoziare automaticamente il formato migliore.

Per questo la presenza di un web server moderno rappresenta un elemento importante nella valutazione di un servizio hosting.

I piani Hosting Condiviso Xlogic utilizzano LiteSpeed Enterprise nei servizi in cui questa tecnologia è indicata tra le caratteristiche del piano.

Brotli vs Gzip: quale scegliere nel 2026?

Nel confronto Brotli vs Gzip non è necessario scegliere esclusivamente uno dei due.

La configurazione migliore è normalmente:

Brotli quando supportato + Gzip come fallback.

Brotli permette spesso di ridurre maggiormente il peso dei contenuti testuali.

Gzip rimane estremamente compatibile, veloce e affidabile.

Entrambi continuano quindi ad avere un ruolo importante.

Checklist compressione HTTP nel 2026

  1. Abilita la compressione sui contenuti testuali.
  2. Supporta Brotli quando disponibile.
  3. Mantieni Gzip come fallback.
  4. Non comprimere nuovamente immagini e video già compressi.
  5. Controlla i MIME type compressibili.
  6. Evita livelli eccessivi sui contenuti dinamici.
  7. Valuta la precompressione degli asset statici.
  8. Verifica Content-Encoding con DevTools.
  9. Controlla Vary: Accept-Encoding.
  10. Misura CPU e tempi reali.
  11. Combina compressione e cache.
  12. Utilizza WebP o AVIF per le immagini.
  13. Verifica la configurazione anche attraverso CDN o proxy.

Conclusioni

Brotli vs Gzip nel 2026 non è una battaglia in cui uno dei due deve necessariamente eliminare l’altro.

Brotli rappresenta un’evoluzione importante della compressione HTTP e può ottenere risultati particolarmente efficienti sui contenuti testuali.

Gzip rimane però estremamente diffuso, rapido e compatibile.

La strategia più efficace consiste quindi nel permettere al server di scegliere automaticamente il formato migliore in base alle capacità del client.

In pratica:

Browser supporta Brotli
→ Content-Encoding: br

Browser non supporta Brotli
→ Content-Encoding: gzip

È inoltre importante ricordare che la compressione non deve essere analizzata isolatamente.

Un sito veloce nasce dalla combinazione di:

hosting performante + cache + compressione + HTTP/3 + PHP ottimizzato + database efficiente + immagini WebP/AVIF + frontend leggero.

Brotli permette di trasferire meno dati, ma è l’intero stack che determina la velocità reale di un sito.

Domande frequenti su Brotli vs Gzip

È meglio Brotli o Gzip?

Brotli può ottenere una compressione migliore su molti contenuti testuali, mentre Gzip offre un’eccellente compatibilità e velocità di compressione. Nel 2026 è generalmente utile supportare entrambi.

Brotli sostituisce Gzip?

No. Brotli può essere utilizzato come formato preferenziale e Gzip come fallback per client o configurazioni che non supportano Brotli.

Come faccio a sapere se il mio sito usa Brotli?

Apri gli strumenti di sviluppo del browser, seleziona una richiesta nella scheda Network e controlla l’header Response Headers. Se trovi Content-Encoding: br, la risposta utilizza Brotli.

Quali file devo comprimere con Brotli?

Principalmente HTML, CSS, JavaScript, JSON, XML, SVG e altri contenuti testuali che possono beneficiare significativamente della compressione.

Devo comprimere JPEG, WebP e AVIF con Brotli?

Generalmente no. Questi formati sono già compressi e un’ulteriore compressione HTTP può produrre pochissimi benefici consumando risorse del server.

Brotli utilizza più CPU di Gzip?

Può utilizzarne di più, soprattutto ai livelli di compressione elevati. Per questo la configurazione deve bilanciare rapporto di compressione e costo computazionale.

Qual è il livello massimo di Brotli?

Le implementazioni standard di Brotli utilizzano livelli di qualità compresi tra 0 e 11. I livelli più elevati comprimono generalmente meglio ma richiedono più tempo.

Qual è il livello massimo di Gzip?

Le implementazioni basate su zlib utilizzano normalmente livelli da 0 a 9, dove 1 privilegia la velocità e 9 privilegia la compressione.

Brotli funziona con HTTP/3?

Sì. Brotli è un content encoding e può essere utilizzato indipendentemente dal fatto che il trasporto avvenga tramite HTTP/2 o HTTP/3.

LiteSpeed supporta Brotli?

Sì. LiteSpeed Web Server supporta risposte compresse con Gzip o Brotli sia per contenuti statici sia per contenuti dinamici, in base alla configurazione.

Zstandard sostituirà Brotli?

Zstandard è sempre più presente nel supporto HTTP moderno, ma Brotli e Gzip rimangono ampiamente utilizzati. I diversi algoritmi possono convivere attraverso la negoziazione Accept-Encoding.

HTTP/3 è la più recente evoluzione principale del protocollo HTTP e nel 2026 è ormai una tecnologia concreta utilizzata da browser, CDN e web server moderni.

La differenza più importante rispetto a HTTP/1.1 e HTTP/2 non riguarda soltanto il modo in cui vengono trasmesse le pagine web. HTTP/3 cambia anche il protocollo utilizzato a livello di trasporto: al posto di TCP utilizza QUIC, un protocollo moderno costruito sopra UDP.

L’obiettivo è ridurre alcune delle limitazioni delle connessioni TCP tradizionali, migliorare la gestione di più flussi simultanei e offrire prestazioni più stabili soprattutto su reti con latenza elevata, perdita di pacchetti o frequenti cambiamenti di connessione.

Ma HTTP/3 rende davvero un sito più veloce? Conviene abilitarlo? Qual è la differenza rispetto a HTTP/2? E perché LiteSpeed, CDN e browser moderni lo utilizzano?

In questa guida analizziamo HTTP/3 e QUIC dal punto di vista pratico, evitando promesse irrealistiche e cercando di capire quando il nuovo protocollo può offrire un vantaggio reale.

HTTP/3: cos’è

HTTP/3 è la terza grande versione del protocollo utilizzato dai browser per comunicare con i server web.

È standardizzato dalla IETF attraverso la RFC 9114 dedicata a HTTP/3.

HTTP continua a definire concetti familiari come:

  • richieste;
  • risposte;
  • header;
  • metodi GET e POST;
  • status code;
  • contenuti HTML, CSS, JavaScript e immagini.

La grande differenza riguarda il livello sottostante.

HTTP/1.1 e HTTP/2 utilizzano normalmente TCP.

HTTP/3 utilizza invece QUIC.

Lo schema semplificato diventa:

HTTP/1.1 → TCP → IP

HTTP/2 → TCP → IP

HTTP/3 → QUIC → UDP → IP

QUIC non è semplicemente “HTTP via UDP”. È un vero protocollo di trasporto che implementa gestione delle connessioni, flussi, ritrasmissioni, controllo della congestione e crittografia.

Cos’è QUIC

QUIC è il protocollo di trasporto utilizzato da HTTP/3.

La sua specifica principale è definita nella RFC 9000 della IETF.

QUIC utilizza UDP come base ma implementa molte delle funzionalità normalmente associate a TCP direttamente all’interno del protocollo.

Tra queste troviamo:

  • connessioni affidabili;
  • gestione della perdita dei pacchetti;
  • controllo della congestione;
  • stream multipli;
  • ritrasmissione dei dati;
  • controllo del flusso;
  • crittografia integrata;
  • migrazione della connessione.

QUIC integra inoltre TLS 1.3 nel processo di creazione della connessione.

Questo permette di ridurre alcuni round trip necessari durante l’apertura di una nuova comunicazione.

Da HTTP/1.1 a HTTP/2

Per capire il vantaggio di HTTP/3 bisogna prima osservare come funzionavano le versioni precedenti.

Con HTTP/1.1 il browser poteva utilizzare più connessioni TCP parallele per scaricare contemporaneamente differenti risorse.

Una pagina moderna può però contenere decine o centinaia di elementi:

  • HTML;
  • CSS;
  • JavaScript;
  • font;
  • immagini;
  • API;
  • file multimediali.

Creare molte connessioni separate introduce inevitabilmente overhead.

HTTP/2 ha risolto parte del problema introducendo il multiplexing.

Più richieste possono viaggiare contemporaneamente attraverso la stessa connessione TCP.

Questo è stato un miglioramento fondamentale.

Il limite di HTTP/2: TCP Head-of-Line Blocking

HTTP/2 può trasportare molti flussi contemporaneamente, ma tutti questi flussi continuano a viaggiare all’interno della stessa connessione TCP.

TCP garantisce che i dati vengano consegnati nell’ordine corretto.

Se un pacchetto viene perso, i dati successivi non possono essere consegnati all’applicazione finché il pacchetto mancante non viene recuperato.

Questo fenomeno viene chiamato TCP Head-of-Line Blocking.

Immaginiamo che una pagina stia scaricando contemporaneamente:

HTML
CSS
JavaScript
immagine 1
immagine 2
font

HTTP/2 considera questi contenuti come stream distinti, ma TCP vede il traffico come una sequenza ordinata di byte.

Se un pacchetto viene perso durante il percorso, il recupero può rallentare temporaneamente anche dati appartenenti ad altri stream.

La specifica HTTP/3 descrive proprio questo limite di HTTP/2 sopra TCP.

Come HTTP/3 riduce l’Head-of-Line Blocking

QUIC gestisce gli stream in modo indipendente a livello di trasporto.

Questo significa che la perdita di dati appartenenti a uno stream non deve necessariamente impedire agli altri stream di continuare a essere elaborati.

In uno scenario semplificato:

Stream 1 → HTML
Stream 2 → CSS
Stream 3 → JavaScript
Stream 4 → immagini

Se un pacchetto dello Stream 4 viene perso, gli altri stream possono continuare a procedere.

Questo può diventare particolarmente utile quando la rete non è perfettamente stabile.

È importante però precisare che HTTP/3 non elimina qualsiasi possibile forma di blocco o latenza. Risolve soprattutto il problema dell’Head-of-Line Blocking imposto da TCP tra stream indipendenti.

HTTP/3 e UDP: perché non usa più TCP?

TCP è un protocollo estremamente affidabile e rimane fondamentale per Internet.

Il problema è che modificarlo profondamente è difficile perché TCP viene gestito da sistemi operativi, router, firewall e numerosi dispositivi intermedi.

QUIC utilizza UDP come base e implementa molte funzionalità direttamente a livello software.

Questo consente di evolvere il protocollo più rapidamente senza dover modificare l’intero stack TCP dei sistemi operativi.

Non bisogna quindi pensare:

“UDP è più veloce perché non controlla niente.”

In HTTP/3 è QUIC a gestire affidabilità, ritrasmissioni e controllo della congestione.

HTTP/3 utilizza sempre connessioni cifrate

QUIC integra TLS 1.3 nel protocollo di trasporto.

HTTP/3 viene quindi utilizzato attraverso connessioni cifrate.

In HTTP/2 sopra HTTPS la sequenza semplificata comprende:

TCP handshake
↓
TLS handshake
↓
HTTP/2

Con QUIC trasporto e crittografia vengono integrati più strettamente:

QUIC + TLS 1.3
↓
HTTP/3

Questo permette di ridurre il lavoro necessario per creare una nuova connessione.

HTTP/3 può ridurre la latenza della connessione

Uno dei vantaggi di QUIC riguarda proprio l’instaurazione delle connessioni.

Ridurre il numero di round trip necessari può essere utile soprattutto quando client e server sono geograficamente distanti.

Immaginiamo:

Browser in Australia
↓
Server in Europa

Ogni round trip può richiedere decine o centinaia di millisecondi.

Ridurre anche un solo scambio di rete può quindi avere un impatto percepibile.

Su una rete locale o con server molto vicino all’utente il beneficio può invece essere praticamente impercettibile.

Cos’è 0-RTT in QUIC

QUIC può utilizzare una modalità conosciuta come 0-RTT nelle connessioni verso server già conosciuti.

In alcune condizioni il client può iniziare a inviare determinati dati senza attendere il completamento di un nuovo handshake completo.

Questo può ridurre ulteriormente la latenza delle connessioni ripetute.

0-RTT non deve però essere considerato una funzione da utilizzare indiscriminatamente.

Esistono considerazioni legate ai replay delle richieste e le applicazioni devono gestire correttamente le operazioni che potrebbero non essere sicure da ripetere.

HTTP/3 è particolarmente interessante sulle reti mobili

Uno degli scenari nei quali QUIC mostra caratteristiche particolarmente interessanti riguarda gli smartphone.

Durante una sessione mobile il dispositivo può passare continuamente tra:

  • Wi-Fi domestico;
  • rete 4G;
  • rete 5G;
  • Wi-Fi pubblico;
  • reti con copertura instabile.

Con una connessione TCP tradizionale il cambio dell’indirizzo IP può richiedere la creazione di una nuova connessione.

QUIC utilizza identificatori di connessione che possono permettere di mantenere la sessione anche quando cambia il percorso di rete.

Questa caratteristica viene chiamata connection migration.

HTTP/2 vs HTTP/3

CaratteristicaHTTP/2HTTP/3
Protocollo di trasportoTCPQUIC su UDP
Multiplexing
Head-of-Line Blocking TCPPresenteRidotto grazie agli stream QUIC
TLSSeparato dal trasporto TCPIntegrato in QUIC
Gestione cambio reteRichiede normalmente nuova connessionePuò utilizzare connection migration
TrasportoTCPUDP
Supporto browser moderni

HTTP/3 è sempre più veloce di HTTP/2?

No.

È importante evitare il messaggio semplicistico:

“HTTP/3 rende qualsiasi sito molto più veloce.”

Il vantaggio dipende dalle condizioni della rete e dal sito.

Su una connessione stabile, veloce e con bassissima latenza, HTTP/2 può ottenere prestazioni molto simili.

I benefici di HTTP/3 diventano generalmente più interessanti quando aumentano:

  • latenza;
  • perdita di pacchetti;
  • numero di richieste;
  • instabilità della rete;
  • cambi tra reti differenti.

Anche Cloudflare evidenzia come QUIC possa comportarsi meglio sulle reti soggette a perdita di pacchetti grazie alla gestione degli stream indipendenti.

HTTP/3 non risolve un sito lento

HTTP/3 migliora il protocollo di trasporto.

Non rende automaticamente veloce il codice applicativo.

Se una pagina impiega tre secondi perché PHP esegue query inefficienti, passare da HTTP/2 a HTTP/3 non elimina quei tre secondi.

Lo stesso vale per:

  • database lento;
  • CPU insufficiente;
  • plugin inefficienti;
  • JavaScript eccessivo;
  • immagini troppo grandi;
  • API esterne lente;
  • cache assente;
  • hosting sovraccarico.

La velocità reale dipende sempre dall’intera catena:

DNS
↓
rete
↓
HTTP
↓
web server
↓
cache
↓
PHP
↓
database
↓
HTML/CSS/JS
↓
browser

HTTP/3 migliora una parte di questo percorso, non tutte.

HTTP/3 e LiteSpeed

LiteSpeed Web Server supporta HTTP/3 direttamente.

LiteSpeed è stato tra i primi web server a introdurre un’implementazione HTTP/3 utilizzabile in produzione e continua a mantenere il supporto del protocollo.

La documentazione ufficiale LiteSpeed descrive la configurazione nella guida QUIC and HTTP/3 Support per LiteSpeed Web Server.

Questo è particolarmente interessante negli ambienti hosting perché HTTP/3 può essere gestito direttamente dal web server senza richiedere necessariamente un reverse proxy aggiuntivo.

Xlogic utilizza LiteSpeed Enterprise nei propri ambienti hosting compatibili.

Per approfondire il funzionamento del web server puoi leggere il confronto LiteSpeed vs Nginx vs Apache.

HTTP/3 e Cloudflare

HTTP/3 può essere fornito anche attraverso una CDN o un reverse proxy.

Cloudflare, per esempio, permette di attivare HTTP/3 sulla connessione tra visitatore e rete Cloudflare.

Il percorso può quindi essere:

Browser
↓ HTTP/3
Cloudflare
↓
Origin server

Questo dettaglio è importante perché il protocollo utilizzato tra browser e CDN non deve necessariamente essere identico a quello utilizzato tra CDN e server origin.

La documentazione Cloudflare specifica attualmente che la sua impostazione HTTP/3 riguarda la connessione tra l’utente e la rete Cloudflare.

È possibile approfondire nella documentazione HTTP/3 di Cloudflare.

Come sapere se un sito supporta HTTP/3

Esistono diversi modi per verificare HTTP/3.

Chrome DevTools

Apri gli strumenti per sviluppatori del browser:

  1. apri Chrome o un browser Chromium;
  2. premi F12;
  3. apri la scheda Network;
  4. ricarica la pagina;
  5. aggiungi la colonna Protocol.

Quando HTTP/3 viene utilizzato il browser può mostrare valori come:

h3

Per HTTP/2 viene normalmente mostrato:

h2

Controllare alt-svc

Un server può pubblicizzare la disponibilità di HTTP/3 attraverso l’header:

alt-svc

Un esempio può essere:

alt-svc: h3=":443"; ma=86400

Questo indica al browser che per quel servizio è disponibile un endpoint HTTP/3.

La presenza di alt-svc indica la disponibilità annunciata del protocollo, ma non dimostra necessariamente che la singola richiesta osservata sia già stata effettuata via HTTP/3.

Verificare con curl

Se la propria build di curl supporta HTTP/3 è possibile provare:

curl --http3 -I https://example.com

Prima è utile verificare le caratteristiche della build:

curl -V

Non tutte le installazioni di curl sono compilate con supporto HTTP/3.

Perché a volte la prima richiesta usa HTTP/2

Un comportamento che può creare confusione durante i test è vedere la prima connessione effettuata tramite HTTP/2 e quelle successive tramite HTTP/3.

Uno dei metodi utilizzati per informare il browser della disponibilità di HTTP/3 è proprio l’header Alt-Svc.

Il browser può quindi:

  1. connettersi inizialmente tramite HTTP/2;
  2. ricevere l’indicazione che HTTP/3 è disponibile;
  3. memorizzare l’informazione;
  4. utilizzare HTTP/3 nelle connessioni successive.

Alcuni browser e meccanismi moderni possono inoltre conoscere la disponibilità del protocollo attraverso informazioni DNS e cache precedenti.

Perché HTTP/3 utilizza la porta UDP 443

HTTPS utilizza normalmente la porta TCP 443.

HTTP/3 utilizza invece QUIC su UDP 443.

Questo significa che un server che deve offrire direttamente HTTP/3 deve permettere il traffico UDP necessario.

Una configurazione firewall che consente soltanto TCP 443 può quindi impedire HTTP/3 anche se il web server è configurato correttamente.

Cosa succede se UDP è bloccato?

HTTP/3 è progettato per convivere con HTTP/2 e HTTP/1.1.

Se una rete aziendale, un firewall o un dispositivo intermedio impedisce il traffico QUIC, il browser può normalmente utilizzare una versione precedente supportata dal server.

Il sito non dovrebbe quindi diventare inutilizzabile semplicemente perché HTTP/3 non è disponibile.

Questa capacità di fallback è fondamentale durante la diffusione del protocollo.

HTTP/3 e Core Web Vitals

HTTP/3 può contribuire a ridurre parte della latenza di rete, ma non esiste un rapporto automatico tra attivazione del protocollo e miglioramento dei Core Web Vitals.

Metriche come Largest Contentful Paint dipendono da numerosi fattori:

  • TTFB;
  • immagine LCP;
  • CSS;
  • JavaScript;
  • font;
  • rendering;
  • cache;
  • rete;
  • server.

HTTP/3 può migliorare la componente di rete, soprattutto in condizioni meno favorevoli.

Non può però correggere una hero image da diversi megabyte o un’applicazione che impiega troppo tempo per generare l’HTML.

HTTP/3 e immagini WebP o AVIF

HTTP/3 e formati immagine moderni risolvono problemi differenti.

HTTP/3 migliora il trasporto dei dati.

WebP e AVIF riducono invece la quantità di dati da trasferire.

Le due tecnologie possono quindi lavorare insieme:

HTTP/3
+
WebP / AVIF
+
cache
+
CDN
+
hosting performante

Abbiamo approfondito la scelta del formato nella guida WebP vs AVIF nel 2026.

HTTP/3 aumenta la capacità del server?

Non direttamente.

HTTP/3 può migliorare l’efficienza della comunicazione, ma le risorse necessarie per generare una pagina dinamica rimangono legate a:

  • CPU;
  • RAM;
  • PHP;
  • database;
  • cache;
  • I/O;
  • applicazione.

Se un server riesce a generare soltanto 20 richieste dinamiche al secondo per un limite applicativo, HTTP/3 non trasforma automaticamente quel numero in 200.

Per aumentare la capacità bisogna individuare il vero collo di bottiglia.

HTTP/3 conviene su un hosting condiviso?

Sì, se l’infrastruttura hosting lo supporta correttamente.

L’utente non deve necessariamente amministrare QUIC manualmente.

Quando il web server e la rete sono già configurati dal provider, HTTP/3 può essere disponibile in modo trasparente.

Il browser negozia automaticamente la migliore versione disponibile senza richiedere modifiche all’HTML del sito.

Per questo HTTP/3 rappresenta soprattutto una caratteristica dell’infrastruttura piuttosto che una funzione che il proprietario del sito deve programmare.

Per un ambiente basato su LiteSpeed Enterprise puoi consultare i piani Hosting Condiviso Xlogic.

HTTP/3 richiede modifiche al sito?

Nella maggior parte dei casi no.

Un’applicazione non deve essere riscritta per passare da HTTP/2 a HTTP/3.

HTTP mantiene le stesse semantiche fondamentali.

Il browser e il server negoziano automaticamente il protocollo utilizzabile.

Questo significa che una normale pagina:

index.html

può essere servita via HTTP/1.1, HTTP/2 oppure HTTP/3 senza modificare il suo contenuto.

HTTP/3 sostituisce HTTP/2?

Nel lungo periodo HTTP/3 continuerà probabilmente a crescere, ma questo non significa che HTTP/2 debba essere disattivato.

I server moderni continuano normalmente a supportare più protocolli contemporaneamente.

La strategia corretta è offrire:

HTTP/3
HTTP/2
HTTP/1.1

e lasciare che client e server negozino quello più appropriato.

In questo modo rimane garantita la compatibilità anche con software o reti che non possono utilizzare QUIC.

HTTP/3 nel 2026: quando offre il vantaggio maggiore

HTTP/3 può essere particolarmente interessante nei seguenti scenari:

  • utenti mobili;
  • reti 4G e 5G;
  • connessioni con perdita di pacchetti;
  • utenti lontani geograficamente dal server;
  • pagine con molte richieste;
  • applicazioni web interattive;
  • frequente cambio tra Wi-Fi e rete mobile;
  • grandi volumi di traffico distribuito.

Il beneficio può invece essere molto ridotto quando:

  • rete e server sono molto vicini;
  • la latenza è già bassissima;
  • il sito contiene pochissime risorse;
  • il vero limite è PHP o il database;
  • la pagina è dominata da JavaScript pesante;
  • le immagini sono enormi;
  • il server risponde lentamente indipendentemente dalla rete.

HTTP/3 su Xlogic e LiteSpeed Enterprise

L’infrastruttura Xlogic utilizza LiteSpeed Enterprise nei servizi compatibili, insieme a tecnologie dedicate alla gestione efficiente dei siti e delle applicazioni PHP.

LiteSpeed supporta HTTP/3 e QUIC nativamente e può quindi negoziare il protocollo con i browser compatibili quando rete e configurazione lo consentono.

Il vantaggio non deriva però dalla singola sigla HTTP/3.

Le prestazioni di un sito dipendono dall’interazione tra:

  • web server;
  • rete;
  • PHP;
  • OPcache;
  • cache;
  • database;
  • storage;
  • CPU e RAM;
  • ottimizzazione del frontend.

HTTP/3 rappresenta quindi uno dei componenti di uno stack moderno, non una soluzione universale a qualsiasi problema di velocità.

Checklist HTTP/3

Per verificare che un ambiente sia pronto per HTTP/3 puoi controllare:

  1. web server compatibile con HTTP/3;
  2. HTTPS correttamente configurato;
  3. TLS moderno;
  4. UDP 443 disponibile;
  5. firewall configurato correttamente;
  6. header Alt-Svc quando previsto;
  7. browser moderno;
  8. negoziazione effettiva del protocollo;
  9. fallback HTTP/2 funzionante;
  10. test da reti differenti.

Conclusioni

HTTP/3 nel 2026 rappresenta un’evoluzione importante del modo in cui browser e server comunicano.

Il passaggio da TCP a QUIC permette di gestire stream indipendenti, ridurre gli effetti dell’Head-of-Line Blocking a livello di trasporto e integrare più strettamente la creazione della connessione con TLS.

Le caratteristiche di QUIC risultano particolarmente interessanti sulle reti mobili, sulle connessioni con perdita di pacchetti e nei collegamenti caratterizzati da latenza elevata.

Questo non significa però che qualsiasi sito diventi automaticamente molto più veloce.

HTTP/3 non risolve:

  • PHP lento;
  • database inefficiente;
  • query pesanti;
  • immagini enormi;
  • JavaScript eccessivo;
  • cache assente;
  • risorse server insufficienti.

La strategia migliore consiste quindi nell’utilizzare HTTP/3 come parte di un’infrastruttura moderna insieme a:

LiteSpeed + cache + PHP ottimizzato + storage veloce + immagini moderne + frontend efficiente.

Per l’utente finale il passaggio è generalmente trasparente: browser e server negoziano automaticamente il miglior protocollo disponibile.

HTTP/3 non sostituisce una buona ottimizzazione del sito, ma rende il trasporto dei dati più adatto all’Internet moderno.

Domande frequenti su HTTP/3

Cos’è HTTP/3?

HTTP/3 è la più recente grande versione del protocollo HTTP. Utilizza QUIC come protocollo di trasporto invece di TCP ed è standardizzato dalla RFC 9114.

HTTP/3 utilizza TCP?

No. HTTP/3 utilizza QUIC, che viene eseguito sopra UDP. QUIC implementa direttamente funzioni come affidabilità, gestione degli stream, controllo della congestione e crittografia.

HTTP/3 è più veloce di HTTP/2?

Può esserlo soprattutto su reti con latenza elevata, perdita di pacchetti o frequenti cambi di connessione. Su reti molto stabili e veloci il vantaggio rispetto a HTTP/2 può essere ridotto.

HTTP/3 funziona con HTTPS?

Sì. QUIC integra TLS 1.3 nel protocollo e HTTP/3 viene normalmente utilizzato attraverso connessioni cifrate.

Cos’è QUIC?

QUIC è un protocollo di trasporto standardizzato dalla IETF. È basato su UDP e fornisce stream multiplexati, controllo della congestione, ritrasmissione, crittografia e altre funzioni necessarie a HTTP/3.

HTTP/3 risolve il problema Head-of-Line Blocking?

QUIC elimina il blocco tra stream indipendenti causato dalla consegna ordinata della singola connessione TCP utilizzata da HTTP/2. Una perdita relativa a uno stream non deve quindi fermare automaticamente tutti gli altri stream.

LiteSpeed supporta HTTP/3?

Sì. LiteSpeed Web Server supporta HTTP/3 e QUIC nativamente. La disponibilità effettiva dipende comunque anche dalla configurazione della rete e del firewall.

Come verifico se il mio sito usa HTTP/3?

È possibile controllare il protocollo tramite la scheda Network dei Developer Tools del browser. Nei browser Chromium la colonna Protocol può mostrare h3 quando la richiesta viene effettuata tramite HTTP/3.

HTTP/3 usa la porta 443?

Sì, normalmente utilizza UDP sulla porta 443, mentre HTTPS tradizionale con HTTP/2 utilizza TCP 443.

Se HTTP/3 non funziona il sito diventa irraggiungibile?

Normalmente no. I server moderni continuano a supportare HTTP/2 e HTTP/1.1, permettendo al browser di utilizzare un protocollo alternativo quando QUIC non è disponibile.

HTTP/3 migliora automaticamente Core Web Vitals?

No. Può contribuire a ridurre la latenza di rete in determinati scenari, ma Core Web Vitals dipende anche da server, cache, immagini, CSS, JavaScript, font e rendering della pagina.

Devo modificare il codice HTML per usare HTTP/3?

No. Il protocollo viene negoziato tra browser e infrastruttura server. Nella maggior parte dei casi il sito non richiede modifiche applicative.

WebP vs AVIF: quale formato conviene utilizzare nel 2026 per le immagini di un sito web? La scelta non riguarda soltanto la qualità visiva. Peso dei file, velocità di caricamento, compatibilità dei browser e Core Web Vitals possono cambiare sensibilmente in base al formato utilizzato.

Per molti anni JPEG e PNG sono stati lo standard praticamente indiscusso del Web. Oggi, però, formati più moderni come WebP e AVIF permettono di ottenere immagini di qualità elevata riducendo in molti casi la quantità di dati che il browser deve scaricare.

Questo può tradursi in pagine più leggere, caricamenti più rapidi e un’esperienza migliore soprattutto su smartphone e connessioni mobili.

Non significa però che AVIF sia sempre migliore di WebP o che JPEG e PNG debbano essere eliminati completamente.

In questa guida confrontiamo WebP vs AVIF nel 2026 per capire quale formato utilizzare per fotografie, ecommerce, blog, siti aziendali e applicazioni web.

WebP vs AVIF: le differenze principali

WebP e AVIF sono entrambi formati moderni progettati per offrire una compressione più efficiente rispetto ai tradizionali JPEG e PNG.

Entrambi permettono di gestire:

  • compressione con perdita di qualità, detta lossy;
  • compressione senza perdita, detta lossless;
  • trasparenza;
  • immagini a colori;
  • animazioni;
  • utilizzo all’interno delle normali pagine HTML.

La differenza principale riguarda la tecnologia di compressione utilizzata e il rapporto tra qualità, peso del file e costo di codifica o decodifica.

WebP è ormai un formato molto maturo e diffusamente supportato.

AVIF è più recente e può ottenere una compressione particolarmente efficace, soprattutto con fotografie e immagini complesse, ma il risultato dipende sempre dall’immagine e dalle impostazioni utilizzate durante la conversione.

Cos’è WebP

WebP è un formato di immagine sviluppato originariamente da Google con l’obiettivo di ridurre il peso delle immagini sul Web.

Può essere utilizzato sia in modalità lossy sia lossless e supporta anche il canale alpha per la trasparenza.

Questo significa che WebP può sostituire, a seconda dei casi:

  • JPEG per le fotografie;
  • PNG per molte immagini con trasparenza;
  • GIF per alcune animazioni.

Una delle caratteristiche che ne ha favorito la diffusione è la sua versatilità.

Lo stesso formato può essere utilizzato per fotografie, screenshot, elementi grafici e immagini trasparenti senza dover necessariamente mantenere formati diversi per ogni categoria.

Google dedica una guida specifica all’utilizzo delle immagini WebP sul Web.

Cos’è AVIF

AVIF significa AV1 Image File Format.

Il formato utilizza tecnologie derivate dal codec video AV1 ed è progettato per ottenere una compressione molto efficiente mantenendo un’elevata qualità visiva.

AVIF supporta:

  • compressione lossy;
  • compressione lossless;
  • trasparenza alpha;
  • profondità colore elevate;
  • HDR;
  • profili colore;
  • animazioni.

Per le immagini fotografiche AVIF può spesso ottenere un file più piccolo rispetto a WebP mantenendo una qualità percepita simile.

Questo vantaggio non è però identico per qualsiasi immagine e dipende fortemente dal contenuto e dai parametri di compressione.

La documentazione tecnica dei formati immagine è disponibile anche nella guida MDN sui formati immagine.

WebP vs AVIF: tabella di confronto

CaratteristicaWebPAVIFJPEGPNG
Compressione lossyNo
Compressione losslessNo
TrasparenzaNo
AnimazioniNoPossibile con APNG
Compatibilità browser moderniOttimaOttimaUniversaleUniversale
Compressione fotografieMolto buonaGeneralmente eccellenteBuonaPoco adatta
Velocità di codificaGeneralmente buonaPuò essere più impegnativaMolto buonaBuona
Scelta consigliata nel 2026Fallback / casi specificiGrafica lossless / casi specifici

AVIF comprime meglio di WebP?

In molti scenari fotografici AVIF può produrre file più piccoli di WebP mantenendo una qualità visiva comparabile.

Non bisogna però trasformare questa caratteristica in una regola matematica.

Il risultato cambia in base a:

  • tipo di immagine;
  • risoluzione;
  • presenza di dettagli fini;
  • gradienti;
  • rumore fotografico;
  • livello di qualità scelto;
  • encoder utilizzato;
  • impostazioni di compressione.

Un file AVIF configurato male può essere più pesante o visivamente peggiore di un WebP ben ottimizzato.

Il confronto corretto deve quindi essere eseguito a qualità visiva equivalente, non semplicemente impostando lo stesso numero di qualità nei due encoder.

WebP rimane ancora utile nel 2026?

Assolutamente sì.

L’arrivo di AVIF non rende WebP obsoleto.

WebP ha diversi vantaggi pratici:

  • supporto estremamente diffuso;
  • ecosistema maturo;
  • conversione relativamente semplice;
  • buon rapporto qualità/peso;
  • supporto lossless;
  • supporto della trasparenza;
  • ampia integrazione nei CMS e nei sistemi di ottimizzazione.

Per molti siti WebP rimane una soluzione eccellente e può rappresentare il miglior compromesso tra compatibilità, semplicità operativa e riduzione del peso delle immagini.

Compatibilità WebP e AVIF nel 2026

Nel 2026 sia WebP sia AVIF sono supportati dai principali browser moderni.

WebP dispone di una compatibilità particolarmente ampia grazie alla sua presenza sul mercato da molti anni.

Anche AVIF è ormai supportato nelle versioni moderne di Chrome, Edge, Firefox, Safari e degli altri principali browser.

Per progetti che devono supportare browser particolarmente vecchi o specifici client integrati è comunque possibile utilizzare un’immagine JPEG o PNG come fallback.

Come usare AVIF, WebP e JPEG insieme

HTML permette di proporre più formati al browser utilizzando l’elemento <picture>.

Un esempio può essere:

<picture>
    <source srcset="foto.avif" type="image/avif">
    <source srcset="foto.webp" type="image/webp">
    <img src="foto.jpg"
         alt="Descrizione della fotografia"
         width="1200"
         height="800">
</picture>

Il browser analizza le sorgenti nell’ordine indicato.

Se supporta AVIF utilizzerà foto.avif.

Se non può utilizzare AVIF ma supporta WebP caricherà foto.webp.

Come ultima possibilità rimane il JPEG specificato nell’elemento <img>.

Questa tecnica permette di utilizzare formati moderni mantenendo contemporaneamente un fallback tradizionale.

WebP vs AVIF e Core Web Vitals

La scelta del formato immagine può incidere indirettamente anche sui Core Web Vitals.

Le immagini rappresentano spesso una parte considerevole del peso complessivo di una pagina.

Se l’immagine principale della pagina è anche il Largest Contentful Paint, ridurne il peso può diminuire il tempo necessario affinché venga scaricata e visualizzata.

Questo è particolarmente importante per:

  • hero image;
  • banner principali;
  • fotografie prodotto;
  • immagini di apertura degli articoli;
  • visual di landing page.

Il formato, tuttavia, è soltanto uno degli elementi.

Un’immagine AVIF da 3000 pixel mostrata a 600 pixel può comunque essere uno spreco.

La risoluzione conta quanto il formato

Uno degli errori più frequenti consiste nel convertire una fotografia enorme in WebP o AVIF pensando che il problema sia automaticamente risolto.

Immaginiamo una fotografia larga 5000 pixel che viene visualizzata nella pagina con una larghezza massima di 800 pixel.

Anche se convertita in AVIF, il browser potrebbe scaricare molti più dati di quelli realmente necessari.

È quindi importante combinare il formato moderno con un corretto ridimensionamento.

Il principio è semplice:

non servire al browser molti più pixel di quelli che può realmente mostrare.

Responsive images con srcset

HTML permette di fornire differenti dimensioni della stessa immagine attraverso srcset.

Per esempio:

<img
    src="foto-800.webp"
    srcset="
        foto-400.webp 400w,
        foto-800.webp 800w,
        foto-1200.webp 1200w
    "
    sizes="(max-width: 768px) 100vw, 800px"
    width="800"
    height="533"
    alt="Descrizione immagine">

Il browser può selezionare la risorsa più adatta in base alla dimensione dello schermo e al layout della pagina.

Questa ottimizzazione può produrre un beneficio maggiore rispetto alla semplice conversione da JPEG a un formato moderno.

Perché width e height sono importanti

Gli attributi width e height non servono soltanto a specificare le dimensioni dell’immagine.

Permettono al browser di conoscere anticipatamente il rapporto d’aspetto e riservare lo spazio necessario prima che il file sia stato scaricato.

Questo contribuisce a evitare spostamenti improvvisi degli elementi della pagina durante il caricamento.

In altre parole, una corretta gestione delle dimensioni può contribuire a ridurre il Cumulative Layout Shift (CLS).

Lazy loading: utile, ma non per tutte le immagini

L’attributo:

loading="lazy"

permette al browser di posticipare il caricamento delle immagini che si trovano lontano dall’area inizialmente visibile.

È particolarmente utile per:

  • gallerie;
  • cataloghi;
  • articoli lunghi;
  • pagine con numerose fotografie;
  • immagini collocate nella parte bassa della pagina.

Non dovrebbe però essere applicato indiscriminatamente all’immagine principale visibile immediatamente all’apertura della pagina.

Se l’immagine hero è candidata al LCP, ritardarne volutamente il caricamento può peggiorare anziché migliorare le prestazioni.

L’immagine LCP non dovrebbe essere caricata in lazy loading

Per l’immagine principale sopra la piega è generalmente preferibile permettere al browser di iniziare il download rapidamente.

In determinati casi è possibile utilizzare anche:

fetchpriority="high"

per segnalare che la risorsa ha un’elevata priorità.

Non bisogna però aggiungere fetchpriority="high" a tutte le immagini della pagina, perché se tutto diventa prioritario il browser perde la possibilità di stabilire correttamente cosa caricare prima.

Quando utilizzare WebP

WebP è un’ottima scelta quando si cerca:

  • un formato moderno e molto compatibile;
  • buona compressione fotografica;
  • trasparenza;
  • supporto lossless;
  • conversione semplice;
  • compatibilità con un’ampia gamma di strumenti;
  • un sostituto pratico di JPEG e PNG.

Per moltissimi siti può essere utilizzato come formato principale senza particolari complicazioni.

Quando utilizzare AVIF

AVIF è particolarmente interessante quando l’obiettivo principale è ottenere file molto compatti mantenendo una buona qualità visiva.

Può essere adatto a:

  • fotografie ad alta risoluzione;
  • immagini hero;
  • cataloghi con molte fotografie;
  • ecommerce;
  • portali editoriali;
  • siti con molto traffico mobile;
  • progetti in cui ogni kilobyte trasferito è importante.

Prima di adottarlo su larga scala è comunque opportuno controllare il risultato visivo e i tempi richiesti dal processo di generazione delle immagini.

Quando JPEG ha ancora senso

JPEG non è improvvisamente diventato un formato inutilizzabile.

Rimane estremamente compatibile ed è ancora valido come fallback.

Può inoltre essere utile quando:

  • è richiesta compatibilità con software molto vecchio;
  • le immagini devono essere scaricate e utilizzate fuori dal browser;
  • non esiste una pipeline automatica di conversione;
  • un’applicazione specifica non supporta formati moderni.

Per il normale caricamento di fotografie su un sito moderno, tuttavia, WebP e AVIF meritano quasi sempre di essere valutati.

Quando PNG rimane la scelta giusta

PNG continua a essere molto utile per immagini che richiedono una conservazione lossless estremamente prevedibile.

Può avere senso per:

  • determinati screenshot;
  • grafica tecnica;
  • asset che devono essere modificati successivamente;
  • workflow esterni che richiedono PNG;
  • alcune immagini con trasparenza.

Per loghi, icone e grafica geometrica è però opportuno valutare anche SVG, che essendo vettoriale può adattarsi a differenti risoluzioni senza perdere definizione.

WebP vs AVIF per un ecommerce

In un ecommerce il peso delle immagini può diventare enorme perché ogni prodotto può avere diverse fotografie e varianti.

Una categoria con 30 prodotti può richiedere decine di immagini già nella prima visualizzazione.

In questo scenario AVIF può essere molto interessante per ridurre il trasferimento complessivo dei dati.

WebP rimane però una soluzione estremamente efficace e semplice da gestire.

La priorità dovrebbe essere:

  1. ridimensionare correttamente le immagini;
  2. generare thumbnail adeguate;
  3. utilizzare WebP o AVIF;
  4. configurare immagini responsive;
  5. applicare lazy loading soltanto quando appropriato;
  6. evitare immagini inutilmente pesanti nella parte iniziale della pagina.

WebP vs AVIF per un blog

Per un blog il problema principale è spesso rappresentato dalle immagini in evidenza e dalle fotografie inserite negli articoli.

Se ogni immagine JPEG pesa 1 o 2 MB, un articolo con dieci immagini può diventare estremamente pesante.

Convertire le immagini in WebP o AVIF e ridimensionarle in base all’effettiva area di visualizzazione può diminuire notevolmente il trasferimento dati.

Per un blog generalista, WebP offre spesso un equilibrio eccellente tra semplicità e prestazioni.

AVIF può essere utilizzato quando il sistema di pubblicazione permette di generarlo automaticamente senza complicare il flusso editoriale.

Qualità immagini: non comprimere troppo

Ottimizzare non significa ottenere il file più piccolo possibile a qualsiasi costo.

Una compressione eccessiva può produrre:

  • perdita di dettagli;
  • gradienti irregolari;
  • artefatti;
  • bordi poco definiti;
  • colori alterati;
  • testi difficili da leggere nelle immagini.

L’obiettivo dovrebbe essere trovare il punto in cui un’ulteriore riduzione del peso produce un deterioramento visivo non più accettabile.

Per questo non esiste un valore di qualità universale valido per tutte le immagini.

WebP vs AVIF: non confrontare soltanto il numero della qualità

Un errore frequente consiste nel generare:

WebP qualità 80

e:

AVIF qualità 80

per poi confrontare semplicemente il peso dei due file.

Le scale di qualità dei diversi encoder non sono necessariamente equivalenti.

Il confronto corretto deve essere visivo.

Prima si individua una qualità percepita comparabile, poi si confrontano le dimensioni.

Le immagini influenzano davvero la velocità del sito?

Sì, soprattutto nelle pagine ricche di contenuti visivi.

Un server veloce può generare il documento HTML in pochi millisecondi, ma se il browser deve successivamente scaricare diversi megabyte di fotografie l’utente continuerà a percepire una pagina pesante.

Le prestazioni reali dipendono quindi dall’intera catena:

server → HTML → CSS e JavaScript → font → immagini → rendering del browser.

Per questo l’ottimizzazione delle immagini completa, ma non sostituisce, una buona infrastruttura hosting.

LiteSpeed e ottimizzazione delle immagini

LiteSpeed offre tecnologie dedicate alla cache e all’ottimizzazione dei contenuti web.

Xlogic utilizza LiteSpeed Web Server sui servizi compatibili ed è presente nella directory ufficiale dei partner LiteSpeed Technologies.

Per approfondire l’infrastruttura puoi leggere l’articolo Xlogic partner ufficiale LiteSpeed Technologies.

Per chi utilizza gli strumenti LSCache è inoltre disponibile la guida Xlogic Come ottimizzare LiteSpeed Cache, che comprende anche le funzionalità dedicate all’ottimizzazione delle immagini.

È importante comunque distinguere il formato dell’immagine dalla cache della pagina: sono ottimizzazioni differenti e complementari.

Un hosting veloce rende inutili WebP e AVIF?

No.

Un’infrastruttura performante può ridurre i tempi di elaborazione e risposta del server, ma il peso delle immagini deve comunque essere trasferito attraverso la rete fino al dispositivo dell’utente.

Una fotografia da 3 MB rimane una fotografia da 3 MB anche se viene servita da un server molto veloce.

Per questo è preferibile combinare:

hosting performante + cache + immagini ottimizzate + formati moderni + dimensioni responsive.

Per progetti che richiedono un ambiente hosting completo è possibile consultare i piani Hosting Condiviso Xlogic.

Errori da evitare nell’ottimizzazione delle immagini

Tra gli errori più comuni troviamo:

  • caricare fotografie direttamente dalla fotocamera senza ridimensionarle;
  • utilizzare PNG per grandi fotografie;
  • pensare che convertire in AVIF risolva automaticamente ogni problema;
  • comprimere eccessivamente le immagini;
  • dimenticare gli attributi width e height;
  • applicare lazy loading all’immagine LCP;
  • generare decine di dimensioni inutilizzate;
  • non controllare la qualità dopo la conversione;
  • servire la stessa immagine enorme a desktop e smartphone;
  • non utilizzare srcset quando il layout lo richiede.

WebP vs AVIF: quale scegliere nel 2026?

Nel confronto WebP vs AVIF non esiste un vincitore assoluto per qualsiasi sito.

Scegli WebP se vuoi un formato moderno, molto diffuso, versatile e semplice da integrare.

Scegli AVIF quando vuoi spingere maggiormente sulla compressione e la tua pipeline di pubblicazione lo gestisce correttamente.

Una strategia ancora più completa può essere:

AVIF → WebP → JPEG/PNG fallback.

Il browser riceve così il formato migliore tra quelli che può utilizzare.

Checklist per immagini veloci nel 2026

  1. Scegli WebP o AVIF per le immagini raster quando appropriato.
  2. Ridimensiona il file alla risoluzione realmente necessaria.
  3. Genera più dimensioni per layout responsive.
  4. Utilizza srcset e sizes quando necessario.
  5. Specifica width e height.
  6. Usa lazy loading per le immagini fuori dalla prima schermata.
  7. Non ritardare l’immagine principale LCP.
  8. Controlla visivamente il risultato della compressione.
  9. Evita PNG per fotografie di grandi dimensioni.
  10. Valuta SVG per loghi e grafica vettoriale.
  11. Mantieni un fallback se il progetto deve supportare client molto vecchi.
  12. Misura il risultato con strumenti reali anziché affidarti soltanto al peso teorico.

Conclusioni

Il confronto WebP vs AVIF nel 2026 mostra chiaramente che entrambi i formati rappresentano un importante passo avanti rispetto all’utilizzo indiscriminato di JPEG e PNG.

AVIF può offrire un’eccellente efficienza di compressione e risulta particolarmente interessante per fotografie e siti con molte immagini.

WebP rimane però estremamente valido grazie alla sua maturità, alla grande compatibilità e alla semplicità con cui può essere integrato in numerosi sistemi.

La scelta del formato da sola non basta.

Una vera ottimizzazione deve tenere conto contemporaneamente di:

  • peso;
  • qualità;
  • dimensioni;
  • risoluzione;
  • responsive images;
  • lazy loading;
  • LCP;
  • CLS;
  • browser supportati;
  • infrastruttura hosting.

In molti progetti la soluzione ideale non consiste quindi nello scegliere esclusivamente WebP oppure AVIF, ma nel creare una pipeline capace di offrire automaticamente al browser il formato e la dimensione più appropriati.

Un’immagine ottimizzata non deve semplicemente pesare meno: deve offrire la qualità necessaria utilizzando la quantità minima di dati realmente utile al dispositivo dell’utente.

Domande frequenti su WebP vs AVIF

È meglio WebP o AVIF?

Dipende dal tipo di immagine e dal flusso di lavoro. AVIF può offrire una compressione particolarmente efficace, mentre WebP garantisce un eccellente equilibrio tra qualità, dimensioni, compatibilità e semplicità di gestione.

AVIF è supportato dai browser nel 2026?

Sì. Le versioni moderne dei principali browser supportano AVIF. Per applicazioni che devono funzionare con client particolarmente vecchi può comunque essere mantenuto un fallback WebP, JPEG o PNG.

WebP è ancora utile nel 2026?

Sì. WebP è un formato moderno, maturo e ampiamente supportato. Rimane una scelta eccellente per fotografie, grafica web e immagini con trasparenza.

AVIF pesa sempre meno di WebP?

No. AVIF può ottenere risultati migliori in molti scenari, ma dimensione e qualità dipendono dall’immagine, dall’encoder e dalle impostazioni utilizzate. I due formati devono essere confrontati a qualità visiva equivalente.

WebP e AVIF supportano la trasparenza?

Sì. Entrambi i formati supportano un canale alpha e possono quindi essere utilizzati anche per numerose immagini che tradizionalmente sarebbero state salvate in PNG.

Posso usare AVIF e WebP contemporaneamente?

Sì. Con l’elemento HTML <picture> è possibile proporre AVIF come prima sorgente, WebP come alternativa e JPEG o PNG come fallback.

Devo convertire tutte le immagini PNG in AVIF?

No. Il formato deve essere scelto in base al contenuto. Per fotografie AVIF o WebP sono spesso preferibili, mentre PNG può ancora essere utile per determinati contenuti lossless. Per loghi e grafica geometrica può essere ancora più appropriato SVG.

Le immagini WebP migliorano i Core Web Vitals?

Possono contribuire a migliorare le prestazioni riducendo i dati trasferiti. Tuttavia Core Web Vitals dipende anche da dimensioni corrette, priorità di caricamento, layout, JavaScript, CSS, server e molti altri fattori.

Devo usare lazy loading su tutte le immagini?

No. È utile soprattutto per le immagini non immediatamente visibili. Applicarlo all’immagine principale candidata al Largest Contentful Paint può ritardarne il caricamento e peggiorare il risultato.

Qual è la strategia migliore per le immagini nel 2026?

Per molti progetti una buona strategia consiste nel ridimensionare correttamente le immagini, utilizzare WebP o AVIF, generare varianti responsive, indicare width e height e applicare lazy loading soltanto alle immagini che si trovano fuori dalla prima schermata.